Il messia è riapparso ai compagni del Partito Democratico e alcuni di essi lo hanno guardato in cagnesco, ma non troppo. Altri hanno abbaiato, timidamente. E altri ancora hanno agitato la coda in segno di approvazione o sottomissione, che è lo stesso.

Matteo Renzi si è ripreso dalla sconfitta referendaria e ha già caricato le pile per affrontare nuove burrasche in un partito dilaniato dalle polemiche alimentate da una minoranza esigua ma combattiva, fortemente intenzionata a rompere le uova e non solo quelle.

Il segretario, consapevole di non godere della generale simpatia, ha fatto l’ unica mossa che gli era consentita: ha annunciato di dimettersi da leader democratico e di affidare al prossimo congresso (la data del quale è da fissare) l’ ingrato compito di eleggerne un altro.

Chi? Lui stesso, visto che i suoi concorrenti sono sí numerosi ma esistono soltanto sulla carta. In pratica sono inadeguati, non hanno il seguito sufficiente per salire sul più alto scranno.

Cosicché è probabile, anzi certo, che il successore di Renzi sarà ancora Renzi per mancanza di alternative. Speranza non ha speranze. Orlando è privo di quid.

Emiliano ci proverà perché ha ambizioni proporzionali alla corporatura, ma tra il volere e l’ essere ci sono di mezzo troppi voti da conquistare.

Matteo minaccia pertanto di tornare e tornerà più incazzato che pria, deciso a rientrare a Palazzo Chigi per riprendere in mano il filo sfilacciato dei suoi progetti andati in vacca per un eccesso di pressappochismo.

D’ altronde nel Pd non c’è anima all’altezza di sostituirlo. L’uomo da battere è ancora lui e non si capisce chi sia in grado di sconfiggerlo.

D’Alema è persona intelligente e scaltra, così pure il suo sodale Bersani, l’unico che in questo Paese di finti liberali abbia fatto da ministro qualcosa di autenticamente liberale.

Entrambi un giorno puntano alla scissione e un altro vi rinunciano dando l’ impressione di essere fermamente decisi a non decidere. Non ce la faranno mai a superare il giovin fiorentino, la cui spocchia è pari alla sua capacità di imbonitore.

L’ idea di Renzi è semplice: impadronirsi di nuovo del partito, arrogarsi il diritto di compilare le liste per le elezioni politiche (eliminando gli avversari), arrivare primo alle consultazioni, formare una maggioranza con chiunque ci stia, Berlusconi compreso, e farsi nominare presidente del Consiglio dal capo dello Stato.

Poi? Poi sarà il solito casino italiano. E avanti tutta. Oppure indietro tutta. La corda per impiccarci ci sarà fornita dall’ Europa, e l’ euro ci sotterrerà.

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