La proposta di Joseph Stiglitz di dar vita a due euro non è nuova. È stata presentata dall’economista liberale tedesco Beat Blanckart, professore all’Università di Berlino, in un saggio dal titolo «Oil and vinegar», ossia «olio e aceto», in cui egli sosteneva che essendovi una diversa preferenza per la stabilità monetaria e l’inflazione, l’eurozona va divisa in due, onde consentire alla Germania e ai Paesi nordici di avere un euro più forte e ai Paesi mediterranei un euro più debole.

La tesi è stata ripresa da Michael Wolgemuth, economista della scuola di Friburgo di Ordo, quella dell’economia sociale di mercato a cui si ispira (non sempre correttamente) Wolfgang Schauble, il severo ministro tedesco dell’economia. Wolgemuth, attualmente dirige Open Europe, un think thank conservatore che sostiene la tesi di un’Europa flessibile, con due (o più) club monetari, fra di loro collegati, facenti parte di un’unica area di economia di mercato. Il Regno Unito ha seguito questa tesi con il referendum sulla Brexit, infastidito dall’eccesso di regolamentazioni di Bruxelles.

In realtà non è la diversa preferenza per l’inflazione che ci rende diversi dai tedeschi, come l’olio e l’aceto. Sono soprattutto la rigidità dei salari e la diversa propensione al pareggio del bilancio. L’Italia del passato ha periodicamente svalutato la sua moneta per tornare a essere competitiva in quanto i sindacati preferiscono il sistema del deprezzamento della moneta, che taglia il potere di acquisto del salario, al sistema di lavorare in modo più efficiente, per lo stesso salario nominale, ad esempio rinunciando a un sovrappiù per gli straordinari.

D’altra parte, la svalutazione della moneta riducendo in termini reali le retribuzioni dei dipendenti pubblici aiuta a sanare il deficit. Negli anni ’80 e nei primi anni ’90 del Novecento vi era lo Sme, il Sistema monetario europeo, in cui le monete dei vari Stati membri dell’Unione erano fra di loro collegate. Era possibile, di tanto in tanto, modificare il cambio. Ciascun Paese aveva la sua Banca centrale con le sue riserve auree. E l’Italia, nonostante le sporadiche svalutazioni, aveva buone riserve, un sistema bancario serio, elevati risparmi, imprese dinamiche e più investimenti pubblici.

Un modello tipo Sme, con due euro, olio e aceto, potrebbe essere desiderabile, dato che noi con la riforma Renzi, basata sul contratto unico nazionale, abbiamo aumentato le rigidità salariali. Ma – come nota Stiglitz – c’è la questione del nostro elevato debito pubblico. Se, per altro, noi avessimo un bilancio in quasi pareggio, il rapporto fra debito pubblico e Pil tenderebbe a scendere perché si farebbe poco debito nuovo. E se il nuovo debito è poco, lo si vende bene. Quindi gli investitori si tranquillizzerebbero.

Però, attualmente, c’è una sola Banca centrale europea, a cui noi abbiamo conferito una parte importante delle nostre riserve auree. È possibile il sistema con due euro e una sola Banca centrale che gestisce entrambi o ci dovrebbe essere una scissione della Bce in due? In tal caso, l’Italia con chi si assocerebbe? Spagna, Portogallo e Grecia? Oppure del club dell’euro mediterraneo farebbe parte anche la Francia? Solo in questo caso – non molto probabile – l’euro mediterraneo non sarebbe un vaso di coccio nel sistema delle monete internazionali.

Mi sembra molto più ragionevole una euro lira agganciata al dollaro. Per rendere praticabile questa soluzione occorrono, però, il bilancio in quasi pareggio e contratti di lavoro flessibili di natura aziendale. Solo così si può uscire dall’attuale «letto di Procuste» dell’euro e delle regole bancarie tipo bail in, senza rompersi la testa e stando in modo costruttivo in Europa.

Fonte: Qui

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