di Luciano Lago

La grancassa mediatica in Europa costituita dai grandi giornali e dalle reti Tv, da tempo registra commenti e analisi di paludati opinionisti  che si dimostrano preoccupati e lanciano appelli  alla difesa dei “valori democratici” che ritengono essere in pericolo   a causa  della dirompente crescita dei movimenti identitari e nazionalisti nei vari paesi  dove i partiti “anti global” stanno  largamente aumentando la loro base di consenso. Questo consenso e questa crescita avviene in particolare fra le classi popolari che hanno maggiormente subito le conseguenze negative della globalizzazione, dell’apertura dei mercati e delle politiche neoliberiste dettate da Bruxelles e dai governi filo europeisti.

Conseguenze che il piu’ delle volte si sono concretizzate nella perdita dei posti di lavoro per l’avvenuta delocalizzazione delle aziende e nel crollo dei salari, oltre  all’abolizione dei diritti che le precedenti generazioni avevano conquistato al prezzo di molte lotte operaie.

Le reazioni sono a volte rabbiose, come avvenuto in Francia, presso gli stabilimenti della Good Year di Amiens, dove gli operai hanno sequestrato i manager dell’azienda, esempio seguito poi da altre maestranze, nel caso dell’Air France dove i dirigenti sono stati costretti a fuggire, messi in fuga dalla rabbia operaia, o a Grenoble, presso gli stabilimenti della Caterpillar dove si è verificato la stessa situazione. Episodi analoghi sono accaduti anche in Belgio dove gli operai, di recente, in protesta contro le politiche di austerità,  hanno attaccato la polizia durante la manifestazione alla “Gare du Midi” a Bruxelles. Vedi: In Francia gli operai continuano a sequestrare i manager

In questi ed in altri casi le maestranze operaie hanno lamentato di non essere state nè ascoltate nè tutelate nei loro sacrosanti diritti da parte delle forze politiche della sinistra tradizionale e tanto meno dai sindacati ufficiali.

Operai in Francia protestano

Operai in Francia protestano

Quello che si sta verificando, in Francia come in altri paesi, dimostra che la sinistra, in tutta Europa,  ha di fatto abbandonato i ceti popolari e si e’ dedicata a rivendicare e difendere i diritti individuali, degli immigrati, delle coppie gay, dei trasgender, ecc.. che sono spesso in contrasto con i diritti collettivi delle classi popolari.

L’immigrazione di massa, esaltata dal circo mediatico come percorso verso il “multiculturalismo” ( predicata come necessaria dagli organismi mondialisti quali la Commissione Europea, l’ONU, il FMI, la Goldman Sachs, il Vaticano, ecc.) e resa possibile dalla politica delle frontiere aperte, produce il noto effetto della mano d’opera disponibile a basso costo, una buona cosa per i detentori delle quote di capitale delle grandi multinazionali e per le mafie, una pessima cosa per i lavoratori che vedono la concorrenza dei migranti e profughi disposti a tutto per avere un lavoro remunerato in euro.

Come insegna la Storia, il contrasto tra ceti proletari e sottoproletari è sempre stato la miscela su cui si innestano le insurrezioni e le rivolte di massa.

Il paradosso è quello che i partiti nazionalisti ed antieuropeisti, catalogati frettolosamente dall’apparato mediatico come  “populisti e di estrema destra”, come il Front National della Marine Le Pen in Francia, o come l’FPO di Christian Stracht in Austria, la AfP di Frauke Petry, in Germania, la stessa Lega Nord di Salvini, in Italia (i 5 Stelle sono ambigui su questi temi) , pur avendo forti differenze fra loro, presentano il tratto comune di voler difendere le aspettative dei ceti deboli, i “perdenti” della globalizzazione, ovvero i salariati, gli artigiani, i piccoli imprenditori, i coltivatori, i piccoli commercianti e assimilabili a queste categorie.

Quello che viene contestato alle politiche europeiste e globaliste, non è soltanto la politica di austerità economica e l’apertura delle frontiere ma anche la pretesa dei governi di cedere la sovranità degli stati ad una oligarchia centralista, quella dei tecnocrati di Bruxelles, che decide per tutti senza considerare gli interessi delle varie comunità locali.

Come ha dichiarato ultimamente Frauke Petry, la leader dei AfD (Alternativa per la Germania), la formazione politica  che ha avuto una spettacolare crescita dei suoi consensi in Germania, nelle ultime elezioni regionali: “…molti cittadini non credono più nei partiti tradizionali e nei politici, semplicemente perché non si sentono presi seriamente in considerazione e poi perché si sentono traditi dai politici visto che questi ultimi non dicono la verità”.

In contrasto con la visione globalista dei partiti di governo, queste formazioni “populiste” contestano l’immigrazione di massa come fenomeno destinato a destabilizzare l’assetto sociale dei vari paesi, in particolare in Germania, in Francia ed in Italia, e altresì lanciano l’allarme sul processo di islamizzazione strisciante che si va allargando in vari paesi ed i pericoli che questa rappresenta per il prossimo futuro, con il rischio di compromettere le identità e le culture radicate nei paesi europei e di innescare pericolosi conflitti religiosi ed etnici fra le diverse comunità, di cui si vedono già le prime avvisaglie.

La pretesa  di voler definire “populisti” e “retrogradi” a senso unico questi movimenti che si oppongono all’ideologia della globalizzazione,  pretesa riconducibile al  ceto dominante, quello dei globalizzatori, che il più delle volte rispondono ad interessi inconfessabili, nasconde la volontà di semplificare un problema complesso che ha radici nella falsa antropologia ideologizzata dai globalizzatori , quella che prevede la possibilità di integrazione fra culture varie ed opposte, in un processo di omologazione agli stessi canoni della pseudo cultura di massa, dell’iperconsumo capitalistico, globale ed americanizzato.

Un processo che procede  con la scomposizione delle culture e delle tradizioni locali, abolizione delle indentità storiche e dei legami delle comunità nazionali, creazione di ambienti multiculturali  con effetto di destabilizzazione dell’assetto  sociale a favore di un aggregato di individui passivi e rassegnati, privi di radici identitarie e coscienza sociale.

I movimenti di contestazione all’ideologia globalista nascono da una consapevolezza che inizia a diffondersi: non è soltanto  la Troika europea e le sue direttive, quella a cui i popoli devono opporsi, ma è  anche il Globalismo, come ideologia e come economia, che è arrivato il momento di mettere in discussione.

Gli apologeti del Globalismo e della società multiculturale hanno esaltato questa ideologia come una nuova forma di  “umanesimo” ma il bilancio ‘umano’ di questa fase  trentennale  dell’ “Umanesimo globalista” , nella relatà dei fatti, presenta effetti devastanti  con l’aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali e con lo sprofondare nella miseria di un numero sempre crescente di individui e di famiglie.

Poco tempo fa, i rilievi statistici ci hanno illustrato che la speranza di vita degli italiani è calata, per la prima volta, con la mortalità tornata ai tempi della seconda guerra mondiale. Stesso fenomeno in Francia dove “Le Monde” titolava nel Gennaio del 2016: “La speranza di vita in Francia arretra per la prima volta dal 1969”.
Secondo Eurostat, nel 2015 il numero dei morti ha superato quello dei nati: 5,2 milioni contro 5,1 nati. In Italia gli ultimi dati ISTAT hanno documentato che circa 4,6 milioni di persone vivono in povertà assoluta con forte aumento del numero delle famiglie povere, senza mezzi di sussistenza ed in particolare le famiglie numerose.

La globalizzazione nei suoi effetti perversi ha accresciuto le più scandalose disparità e iniquità sociali (il grande capitale ha massacrato il lavoro salariato), e nello stesso tempo attutito, se non fatto sparire, la coscienza politica dell’ingiustizia, la capacità di indignarsene e di unirsi per contrastarla. Nel “Nuovo Umanesimo” dei globalizzatori , l’uomo comune ha acquisito la passività e la rassegnazione dello schiavo nelle piantagioni, più che la dignità del lavoratore sfruttato.

Tutto questo spiega come, sulle macerie prodotte dagli apologeti del Globalismo, quelli  del ceto politico ed intellettuale, gli Hollande e i Baverez in Francia,  i Renzi,  le Boldrini, gli Scalfari, i  Saviano e Severgnini in Italia, si vada  costruendo l’alternativa politica che si propone di ricostruire le sovranità degli Stati e difendere, finchè si è in tempo, le identità dei popoli. Coloro che si dedicharanno a questo processo trovranno molti ostacoli e molte insidie da superare ma, con le recenti svolte avvenute nel Regno Unito con la Brexit e negli Sati Uniti con la sorprendente vittoria di Donald Trump (” l’impresentabile”), forse una nuova fase potrebbe avviarsi.

Come qualcuno ha scritto di recente,  lanciando l’allarme: “La rivolta contro l’integrazione globale è in atto”, saranno i globalisti ed i rappresentanti  dei potentati finanziari globali a preparare una loro reazione a difesa dei colossali interessi in gioco. I nazionalisti sono avvertiti: sarà una lotta molto dura e senza esclusione di colpi.

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