Un coraggioso pezzo su “Le Figaro” denuncia la sconsiderata strategia dell’Unione Europea. La totale devozione al libero scambio della UE ha provocato solamente un drammatico impoverimento della sua classe media, non a beneficio delle popolazioni più povere dei paesi emergenti, ma delle proprie e altrui élite. L’autrice non rivela alcun concetto rivoluzionario, ma è apprezzabile il fatto che un media “mainstream” si sbilanci in una forte critica alle disastrose politiche neoliberiste europee.

Di Véronique Nguyen, 1 luglio 2016

L’impoverimento della classe media, il declassamento della sua fascia inferiore, la precarietà e l’insicurezza sociale, la polarizzazione della società con l’aumento della disuguaglianza sono fatti accertati in tutti i paesi occidentali (vedere Cahiers Français, gennaio 2014). Tra il 1980 e il 2010, gli inglesi hanno visto il numero di famiglie povere aumentare del 60%, il numero di quelle ricche aumentare del 33%, mentre il numero di nuclei familiari con reddito medio è diminuito del 27% (The Guardian, 7 marzo 2015).

In trent’anni, l’Unione Europea ha deliberatamente affondato il suo modello sociale, senza avere la soddisfazione di contribuire alla riduzione delle disuguaglianze del pianeta. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nel mondo su una scala da 0 a 1, è rimasto fermo ad un elevato livello di 0,7, e questo nonostante il continuo aumento della ricchezza prodotta. Tra il 1988 e il 2008, la metà della popolazione del mondo ha visto il suo reddito medio aumentare (tra + 2 e + 3% all’anno), ma è una minoranza di privilegiati che ha attirato la maggior parte dei benefici della crescita (Banca mondiale, novembre 2012). In altre parole, il sacrificio della classe media europea e nord americana non è servito a creare una gigantesca classe media globale.

Imponendo il libero scambio, espandendo la concorrenza in tutte le attività, rifiutando di proteggere le sue industrie, anche contro le pratiche più sleali, come abbiamo dimostrato nel caso emblematico dei televisori (vedere Le Figaro del 3 febbraio 2016), l’Europa ha orchestrato un’incredibile trasferimento di ricchezza della metà della sua popolazione a beneficio del 15% più ricco della popolazione dei paesi emergenti. E ‘ stato illusorio credere che i benefici della crescita si sarebbero diffusi a tutti gli strati sociali di questi paesi. Le élite di questi nuovi paesi ricchi non avevano interesse a lasciare che aumentassero gli stipendi dei loro connazionali, se volevano conservare il loro vantaggio di costo nella competizione globale.

Per le imprese europee che dovevano affrontare questa super-concorrenza, vi erano due alternative a disposizione, per non essere spazzati via dai loro concorrenti a basso costo. Sviluppare un vantaggio di costo che permettesse loro di resistere all’offensiva sui prezzi, oppure sviluppare la loro capacità di giustificare un sovrapprezzo per il loro marchio, la loro qualità o la loro innovazione. Nella corsa all’abbassamento dei prezzi, le imprese occidentali partivano con un grave handicap, commisurato al costo dei loro dipendenti, alla tassazione e ai vincoli ambientali. Quindi era molto difficile attuare le strategie di leadership di costo, salvo delocalizzare la loro produzione…

Rimane quindi la via della differenziazione, per prodotti o servizi che non sono diventati “accessori”. Alcune aziende, soprattutto nel nord Europa, sono riuscite così a passare i loro maggiori costi ai propri clienti, come nel caso delle macchine utensili tedesche. In fin dei conti, i settori che portano occupazione in Europa oggi rientrano in due categorie: le attività che non possono essere delocalizzate (quasi tutti i servizi, ma anche l’edilizia) e quelle che sono riuscite a sfuggire alla guerra dei prezzi grazie alla loro differenziazione.

Alcuni paesi europei, primo tra tutti la Germania, sono chiaramente riusciti a differenziare e hanno mantenuto la quota dell’industria rispetto al PIL ad oltre il 30% (a differenza della Francia o del Regno Unito). Per gli altri, la globalizzazione si è tradotta in deindustrializzazione e impoverimento. I problemi della borghesia europea non si limitano alla distruzione di posti di lavoro industriali, al lavoro extra che deve essere fornito per “mantenere il proprio posto di lavoro”, al sotto-lavoro forzato, o alla pressione sui salari, purtroppo. Essi sono aggravati dalle politiche monetarie di bassi tassi di interesse che ha fatto impennare i prezzi delle abitazioni fin dall’inizio degli anni 2000.

Per combattere i danni che la politica della concorrenza aveva volontariamente causato (deindustrializzazione e minori profitti per tutte le aziende che non hanno un vantaggio competitivo o una rendita di posizione), la Banca Centrale Europea ha messo in atto politiche di sostegno alle imprese, abbassando i tassi di interesse, fino a portarli in territorio negativo. Come se il capo Sioux, dopo che i suoi coraggiosi arcieri erano stati decimati dall’artiglieria americana, avesse offerto ai superstiti legno in abbondanza per rimpolpare i loro stock di frecce e andare in battaglia.

Non siamo in “Avatar”. Queste misure non ottengono, com’era prevedibile, il loro scopo originale, che era il finanziamento degli investimenti produttivi (divenuto troppo rischioso o non sufficientemente redditizio), ma alimentano diverse bolle, tra cui la bolla immobiliare. Conseguenza: tranne che per i vincitori della globalizzazione, le classi medie trovano non solo sempre più difficile trovare un lavoro correttamente remunerato, ma fanno sempre più fatica a trovare alloggio. Non deve quindi sorprendere che esprimano la loro rabbia e la loro volontà di interrompere il processo in atto con voti di protesta, che lasciano interdette le élite.

Fonte: Voci dall’Estero

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