LONDRA – E ora, si è arrivati all’arma del ricatto vero e proprio. A palesarlo è l’Economist che scrive: “Lo spirito di trionfo degli antieuropeisti del Regno Unito – afferma il settimanale britannico da sempre schierato contro la Brexit e a favore della Ue – e’ destinato a sgonfiarsi con la notifica di uscita dall’Unione Europea e l’inizio dei negoziati, per un motivo che pochi hanno afferrato: il primo punto della lista di Bruxelles sara’ una richiesta enorme di denaro, forse 60 miliardi di euro, quanto basterebbe a organizzare cinque volte Olimpiadi come quelle di Londra; potrebbe essere uno shock per gli elettori, ai quali era stato promesso un risparmio di 350 milioni di sterline a settimana con la cancellazione del contributo al bilancio comunitario”.

Ovviamente questa pretesa da parte della Ue è campata in aria, perchè proprio il voto per la Brexit taglia i rapporti in essere con la Ue, altrimenti che uscita sarebbe? Ma per l’Economist non è così: si fa portavoce dei ricattatori di Bruxelles, disperati per non poter più “mungere” la Gran Bretagna.

In ogni caso, una disputa sul costo del divorzio potrebbe far deragliare le trattative già nella fase iniziale. Secondo le stime del Centre for European Reform, il conto che presnterà la Ue alla Gran Bretagna potrebbe andare da un minimo di 25 miliardi di euro a un massimo di 73. E l’idea stessa della contrattazione irrita gli eurocrati di Bruxelles: i negoziatori della Commissione sostengono che l’accordo di divorzio debba precederne ogni altro, ad esempio quello sulle nuove relazioni commerciali.

Se la Gran Bretagna uscisse senza un accordo e senza pagare quello che pretendono le oligarchie Ue di Bruxelles, l’Ue si troverebbe con un grande buco immediato nei suoi piani di spesa e i contribuenti netti, come la Francia, la Germania e l’Italia, dovrebbero versare molto di piu’ mentre i ricettori netti vedrebbero diminuire i loro vantaggi. E va sottolineato che comunque vi sarà questo “buco” nei conti Ue, perchè anche se la Gran Bretagna pagasse quello che la Ue vorrebbe per il 2016 e 2017, già dal 2018 si ripresenterebbe tale e quale, dato che il Regno Unito non verserà più i miliardi di euro – quasi 20 l’anno – alla Ue.

Per Londra la soddisfazione di non cedere a questo vero e proprio ricatto avrebbe un costo del tutto accettabile, come indica per esempio la continua crescita del Pil britannico, per niente danneggiata dalla Brexit “dura” annunciata dal premier Theresa May a Londra 15 giorni fa, ma anzi ulteriormente rinvigorita.

Nella sostanza, nel caso di Brexit dura la Ue farebbe deteriorare le relazioni con la Gran Bretagna e sarebbero affondate le prospettive di un accordo commerciale globale. E secondo l’Economist  la Ue deciderebbe la rottura di ogni forma di condivisione, dall’intelligence alla ricerca scientifica, e forse “perfino la visita degli ufficiali giudiziari della Corte europea di giustizia”, cosa quest’ultima priva di ogni possibilità di riuscita, perchè la Brexit non solo taglia i fili con la Ue, ma dichiaratamente disconosce la validità nel Regno Unito di qualunque decisione e sentenza della Corte di Giustizia Ue. Gli “ufficiali giudiziari” che cita in modo ricattatorio e minaccioso l’Economist, verrebbero respinti alla frontiera.

Tutto cio’ ovviamente sarebbe un male mortale per l’Ue che passerebbe dall’essere un ex partner da cui il Regno Unito ha divorziato, all’essere un vero e proprio nemico della Gran Bretagna.

Secondo l’Economist – che dà voce alle oligachie Ue – “Questo squilibrio peserà sulle trattative e la Gran Bretagna dovrà accettare la maggior parte dei compromessi. La premier, Theresa May, non dovrebbe sprecare i due anni previsti mercanteggiando su qualche miliardo quando la posta in gioco del commercio è molto piu’ alta. L’Ue potrebbe andare incontro all’interlocutore accettando di discutere in parallelo del futuro assetto”.

Insomma, per l’Economist e per i caporioni della Ue acquartierati a Bruxelles, la Gran Gretagna dovrebbe alzare bandiera bianca e dichiarare la resa incondizionata.

Solo in ultimo, nel lungo articolo pubblicato dall’Economist oggi in edicola, il settimanale prende in considerazione la “possibilità” che Londra non si “arrenda” e anzi sferri il colpo del k.o.

Scrive: “Esiste, comunque, il rischio che gli oltranzisti da un lato e dall’altro rendano un compromesso impossibile. Qualcuno nell’Ue e’ impaziente di fare della Brexit un ammonimento e sopravvaluta la capacita’ di Theresa May di vendere un cattivo accordo in patria. L’opinione pubblica britannica e’ impreparata al costo dell’uscita, non menzionato nel libro bianco sulla Brexit, e la premier puo’ contare su una maggioranza parlamentare di soli sedici seggi (l’Economist mente: la legge che ha autorizzato la Brexit è stata votata alla Camera dei Comuni da quasi 500 parlamentari, i contrari solo 120 -ndr). Starebbero tutti peggio se il negoziato fallisse, ma il divario di aspettative tra le parti e’ tale da far temere che un esito autolesionista sia possibile”.

Possibile?

La risposta sta nelle parole usate dal Segretario per l’Uscita dall’Unione Europea, David Davis del governo di Theresa May pochi giorni fa: “Se il paese e’ riuscito ad affrontare il secondo conflitto mondiale, non sara’ schiacciato dai negoziati per la Brexit”.

La Ue – e l’Economist – sono avvisati.

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