L’Euro raggiungerà presto il valore di 1 a 1 contro il dollaro? E’ questa la domanda principale che circola nelle sale cambi internazionali dopo che, nelle ultime due settimane, la moneta unica europea ha perso il 4% nei confronti del biglietto verde toccando quota 1,06 dollari, un livello che non veniva registrato da 12 mesi.

Merito del brusco mutamento delle aspettative sul mercato sui tassi d’interesse Usa e sulla crescita economica seguito alle elezioni per la Casa Bianca, che ha alimentato la discesa relativa dell’euro sul dollaro.

Se la Federal Reserve, come appare oramai molto probabile, aumenterà i tassi d’interesse nella riunione di dicembre del Federal Open Market Committee (Fomc), i motivi per un ulteriore rialzo del biglietto verde saranno ancora più stringenti visto che i capitali internazionali avranno un ulteriore motivo per sbarcare in America alla ricerca di maggiori rendimenti.

D’altronde, a favore di nuovi deprezzamenti dell’euro – doppiamente positivi per l’economia europea perchè aumenterebbero la competitività delle merci ‘made in Europe’ dando stimoli anche a un’inflazione tuttora troppo bassa – hanno contribuito anche i segnali provenienti dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha invece alimentato le attese di una nuova proroga agli stimoli monetari e al piano di acquisti di titoli, sempre a dicembre.

Gli acquisti di titoli obbligazionari sul mercato, aumentandone il prezzo, ne deprimono parallelamente il rendimento. Dopo al vittoria di Donald Trump, il colosso creditizio Usa Citigroup ha annunciato di avere cambiato “di 180 gradi” le sue previsioni sul tasso di cambio euro dollaro, come ha riportato il Wall Street Journal.

La banca ora prevede che l’euro calerà ancora ad appena 98 centesimi di dollaro nei prossimi 6-12 mesi. Strade monetarie divergenti che si aggiungono ai proposti di politiche espansive del presidente neo eletto Donald Trump, che potrebbero sostenere la crescita economica e le spinte inflazionistiche, in questo modo spronando ulteriormente la Fed su altri rialzi dei tassi con quello che è un meccanismo che si autoalimenterebbe.

E’ stata già ribattezzata “Trumpflation” degli operatori: la prospettiva di una fase di rialzi inflazionistici determinata dalle politiche economiche espansive e dai tagli alle tasse più stimoli annunciati da Trump. Ed è quello che parallelamente sta determinando anche una pioggia di vendite sui titoli di Stato americani, i cui costi di rifinanziamenti sono destinati a salire in uno scenario di cospicuo incremento dello stock di debito.

Sui Treasuries decennali i tassi hanno segnato un nuovo massimo da oltre un anno, al 2,34 per cento. Prima dell’elezione di Trump fluttuavano attorno all’1,75 per cento. Tutto da verificare però che questo rally americano abbia ripercussioni positive durature in Europa. Come ha recentemente avvertito il vicepresidente della Bce Vitor Constancio, sul lungo termine esistono diversi fattori che potrebbero avere effetti dannosi: la possibile ripresa del protezionismo commerciale; il massiccio deflusso di capitali dai Paesi emergenti; i problemi legati all’architettura istituzionale dell’Europa assieme ai rischi politici che vi stanno lievitando.

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