Sembra che alcuni Paesi europei si stiano affrettando ad approfittare della situazione per “sbarazzarsi” delle ONG finanziate dagli americani.

Le organizzazioni non governative (ONG) americane sono cadute in disgrazia. L’Italia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e persino la Polonia, che fino a poco tempo era considerata un fedele alleato degli Stati Uniti, si sono schierate contro le ONG finanziate dagli Stati Uniti. Quelle che promuovono nel mondo la globalizzazione e la democrazia all’americana.

Più di tutti l’insofferenza si è incanalata contro George Soros. Ad esempio il primo ministro ungherese Viktor Orban ha definito lo speculatore americano e la sua fondazione “Open Society” una copertura per il “pagamento di attivisti politici.” Secondo il presidente ceco Milos Zeman, Soros ha intenzione di organizzare una “rivoluzione colorata” in Repubblica Ceca. Il partito al governo in Polonia “Legge e Giustizia” ha accusato il miliardario di preparare il terreno per il trasferimento dei profughi musulmani lungo le coste del fiume Vistola (in polacco Wisla, ndr).

E’ difficile considerare “infondate” queste accuse. Il nome di Soros negli ultimi dieci anni è spuntato in ogni parte del mondo in presenza di proteste di massa e cambi di governo. Relativamente alla crisi migratoria in Europa, fin dall’inizio sembrava ben pianificata, ma cosa più importante un’operazione ben finanziata.

I media italiani ricordano che Soros ha promesso apertamente mezzo miliardo di dollari per le organizzazioni non governative che aiutano i profughi e migranti a riversarsi nel continente europeo.

Questa “beneficenza a debito”, secondo i giornalisti, non ha nulla a che fare con l’assistenza ai bisognosi. Incoraggia la tratta di essere umani e consolida i guadagni degli scafisti.

Le pretese contro Soros e le sue strutture si sono man mano accumulate, anche negli stessi Stati Uniti. Non è un caso che il suo nome sia stato legato alla “marcia delle donne” contro il presidente Donald Trump.

Proprio il nuovo presidente americano ha lasciato intendere che basta spendere i soldi per “l’esportazione della democrazia”: è il momento di concentrarsi nella politica interna. Forse alcuni Paesi si sono affrettati a sfruttare la situazione per “sbarazzarsi” delle organizzazioni non governative finanziate dagli americani.

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