L’alluvione del Tanaro del ’94 causò morti e disastri. Ora quel passato triste e infausto si ripropone nel presente sotto forma di lettere di ingiunzione.

Ma come vi starete chiedendo? Tutto vero, le aziende messe in ginocchio in quel tragico evento ora potrebbero dover restituire lo sgravio Inps ed Inail ottenuto all’epoca.

Una beffa, o meglio, come la definisce Luca Matteja, consulente d’impresa e referente del Comitato imprenditori Piemontesi alluvionati del ‘94, una storia di un pasticciaccio brutto all’italiana“. Tutta colpa di “norme, emendamenti e leggi in contrasto tra di loro” precisa Matteja.

Ma cerchiamo di fare chiarezza: nel ’90 la Sicilia viene colpita dal terremoto e così le aziene non pagano i contributi Inps ed Inail. Nel ’94 il Piemonte viene colpito da un’alluvione. Gli imprenditori, ignari della norma della sgravio, pagato tutto il dovuto all’istituto. Come spiega Matteja, “in realtà siciliani e piemontesi avrebbero dovuto pagare il 10% di quelle somme ed allora la legge stabilisce che i siciliani possono regolarizzare versando il 10% dovuto e ai piemontesi va restituito il 90% di quanto pagato per il triennio che va dal ’95 al ‘97“. Le aziende piemontesi coinvolto sono circa 4800 e tuttora non sanno quanto rimborsi spetti a loro. Non numerini, le cifre che riporta La Stampa vanno da 50 fino a 300 milioni di euro.

Arriveranno? E invece no. Nel 2007 infatti mentri nei vari tribunali piemontesi si discutono i singoli ricorsi, lo Stato vara un’altra norma la quale fissa come termine ultimo per la formalizzazione della richiesta di sgravio il 31 luglio di quell’anno. Come dichiara Luca Matteja, “l’Inps non vuole pagare“. E aggiunge: “Allora cita tutti i richiedenti piemontesi in giudizio e qui inizia il cortocircuito“.

Nel frattempo nell’Astigiano una pioggia di lettere di ingiunzione è già arrivata. Come a Cinzia Larganà, commerciante di Canelli, a cui è arrivata una raccomandata dalla Corte di Cassazione da Roma. Nel ’94 il fango spazzo via tutta la merce del suo negozio. “Sei mesi prima di ricominciare – precisa – Nel 2007 quando si sono riaperti i termini ho chiesto il rimborso Inps di 4400 euro. Sono passata per i vari gradi di giudizio e i tribunali mi hanno sempre dato ragione: quel denaro mi spetta“. Ora la sua storia rischia di dover tornare in Corte d’Appello a Torino. Come se non bastesse ripresentando documenti di ormai 23 anni fa.

Ma non è finita qui. I processi non si fermano e nel 2012 un giudice di Cuneo legge di questo sgravio del 90% come possibile aiuto di Stato. Il parere che chiede alla Commissione Europea. Questa in 2 anni e 8 messi sancisce: è aiuto di Stato, ma essendo così indietro nel tempo non si può chiedere la restituzione della somma alle imprese, ma si verifichi solo che chi lo ha ottenuto ne abbia diritto.

Nel 2016, i conteziosi più fortunati (perché più celeri), che già nei primi due gradi di giudizio avevano dato ragione agli imprenditori piemontesi, finiscono in corte di Cassazione a Roma. Qui la Suprema Corte stabilisce che ogni dibattimento debba tornare in Corte d’Appello a Torino per verificare tre passaggi: che chi ha avuto lo sgravio sia effettivamente alluvionato, che l’aiuto non sia superiore al danno e che questo sgravio sia l’unico a cui hanno attinto, come scrive La Stampa.

Sono i tribunali e l’Unione Europea a darci ragione – commenta l’Inps Piemonte tramite il suo studio legale interno -. E’ giusto che si verifichi se chi ha ottenuto quel denaro abbia tutti i requisiti per il rimborso.E’ giusto che si verifichi se chi ha ottenuto quel denaro abbia tutti i requisiti per il rimborso“. Ma come fa notare Matteja: “Ci sono aziende che hanno ottenuto anche 300 mila euro. Chiedere indietro queste somme ora vuol dire obbligarle a fallire. Follia“.

Fonte: Il Giornale

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