Il piano di dismissioni immobiliari non andrà a risanare i conti in rosso dell’ente. Allarme tra i vertici: “Ci usano come bancomat”

L’organismo composto da rappresentanti dei sindacati e delle associazioni datoriali – al quale è stato attribuito il compito di controllare gestione per conto di chi riempie le casse dell’istituto – per la prima volta all’unanimità, ha detto che i conti non tornano e ha bocciato il documento. Mancano informazioni e quelle poche che arrivano sono poco rassicuranti, spiega Luigi Scardaone, rappresentante della Uil nel Civ, che da anni, fino ad ora in solitaria, respinge al mittente ai bilanci Inps.

«Sono venuti al pettine i nodi», aggiunge. Il riferimento è ad alcuni aspetti che riguardano la gestione dell’istituto. Ma anche il patrimonio Inps, che è dei lavoratori e che già da qualche anno prende vie difficilmente comprensibili.

Un esempio recente? Il premier Matteo Renzi annuncia la chiusura di Equitalia. «Peccato che il 49% della società di riscossione sia dell’Inps. Nessuno ci ha interpellato, ma dovremmo sapere che fine fanno quei soldi se la chiudono». È anche vero che lo Stato integra i fondi della previdenza, ma «Il patrimonio dell’istituto è essenzialmente composto con i soldi delle imprese e dei lavoratori». Quindi non se ne può disporre liberamente. Non delle quote azionarie di Equitalia ma nemmeno del patrimonio immobiliare.

A convincere tutti i sindacati a dire no al bilancio è stata anche questa convinzione. Gli immobili Inps sono da anni destinati alla privatizzazione. A sancire che dovessero finire tra le cessioni fu il ministro Giulio Tremonti, ricorda Scardaone. Ma da un paio di anni c’è stata un’accelerazione poco gradita che rischia di intaccare un patrimonio costruito con i contributi in busta paga dei lavoratori e con quelli delle aziende.

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Alla vigilia del Natale 2014, durante il breve interregno di Tiziano Treu e poi durante le festività del 2015, con Tito Boeri già presidente, ci sono stati due tentativi di dare il via alle dismissioni. Necessarie, si dirà. Ma i proventi andranno nel calderone delle privatizzazioni, non a rimpinguare le casse sempre più in rosso della previdenza italiana. Il patrimonio dell’Inps, sottolinea il Civ, è di lavoratori e aziende. Sbagliate anche le modalità di privatizzazioni previste: il mercato prende quello che interessa – spiega il sindacalista – e il resto, presumibilmente gli immobili più difficili da mettere a reddito, resta in carico all’istituto.

La sensazione è che ci sia stata un’accelerazione da parte del ministero dell’Economia. È noto che l’Italia è indietro con i piani di privatizzazione e difficilmente il governo si priverà degli immobili Inps. «Se proprio lo devono fare – provoca l’esponente della confederazione sindacale guidata da Carmelo Barbagallo – usino i soldi per dare gli 80 euro ai pensionati». Difficile.

L’Unione europea pretende segnali precisi sulla riduzione del debito. «Il rischio è che come sta succedendo ormai da tanti anni, è che l’Inps resti il bancomat dei governi». Male anche la gestione ordinaria. Ma la colpa non è solo dell’Inps. Negli anni l’istituto ha perso la proprietà di immobili di pregio. Comprese sedi in uso ai suoi uffici «e così l’Inps si ritrova a pagare 80 milioni di euro in affitti». In contemporanea è stato chiesto a via Ciro il Grande di ridurre le spese per 580 milioni. Un bancomat generoso, ma collegato ai conti di lavoratori e aziende.

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