Criticano l’Ungheria per il muro contro l’immigrazione, per le riforme anti UE di Orban, ma non dicono che è la nazione europea che cresce di più, senza eccessivi debiti.La ricetta?Rigide misure ad esclusivo vantaggio delle imprese nazionali, al contrario del Bel Paese, dove invece si favorisce l’importazione facendo fallire proprie imprese, specie nel settore agricolo.

In tutta l’Europa meridionale leader dei partiti populisti di destra e di sinistra prendono appunti e sperano di potere un giorno copiare la ricetta senza però ammettere pubblicamente  che il miracolo economico dell’Unione Europea è la (come loro l’hanno sempre definita) sciovinista, semi-autoritaria, impresentabile Ungheria di Viktor Orban.
E lo è grazie alle sue misure non ortodosse, cioè alle imposte maggiorate sui profitti delle banche, agli attentati all’indipendenza della banca centrale, a politiche discriminatorie a vantaggio delle imprese nazionali.

L’anno scorso il Pil ungherese è cresciuto del 3,6 per cento, il valore più alto in tutta l’Unione Europea. Il tasso di disoccupazione è sceso dall’11 per cento del 2011, quando è stata inaugurata quella che i critici hanno beffardamente definito la “Orbanomics”, al 7,7 per cento alla fine dello scorso anno. Il consumo privato così come la produzione industriale hanno ripreso a crescere. Le grandi marche tedesche di auto aprono nuovi impianti in territorio ungherese o allungano i turni di lavoro di quelle esistenti.E tutto questo è stato realizzato senza aumentare il debito pubblico.In pratica l’Ungheria a risalire da dove l’avevano sprofondata i precedenti governi socialisti “euroentusiasti”.

Eppure i giornali non parlano di questo, ma delle periodiche sparate di Viktor Orban: il muro da costruire al confine con la Serbia per impedire agli immigrati clandestini di entrare nel paese, l’ipotesi di reintrodurre la pena di morte nel codice penale, le sue dichiarazioni a favore di una «democrazia illiberale». E di certi passi falsi come il tentativo di introdurre una tassa su internet (prima e unica al mondo), abortito dopo grandi manifestazioni di protesta nell’ottobre scorso.

La ricetta anticrisi ungherese di Orban in atto dal 2011

Aumenta l’Iva sui consumi portandola al 27 per cento (la più alta in Europa) ma contemporaneamente attiva politiche che mirano a trasferire risorse dal settore privato ai consumatori e al settore pubblico: costringe le aziende fornitrici di servizi a ridurre l’importo delle bollette di acqua ed elettricità, impone le più alte tasse d’Europa sulle transazioni finanziarie, nazionalizza fondi pensione per un valore di 10 miliardi di euro (nonostante le critiche di Bruxelles), introduce “imposte di crisi”, cioè in linea di principio temporanee nei settori delle telecomunicazioni, dell’energia e dei supermercati: tutte attività dove la presenza di investitori stranieri è predominante. Introduce pure una flat tax del 16 per cento sui redditi sia delle persone fisiche sia delle imprese. Per avere le mani ancor più libere, nell’estate del 2013 restituisce in anticipo i 15 miliardi di dollari di prestito che il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva concesso all’Ungheria nel 2008, quando il paese era sull’orlo della bancarotta. Il suo ministro dell’Economia nazionale, György Matolcsy, invita senza tante cerimonie il Fmi a chiudere il suo ufficio a Budapest, perché il paese non ha più bisogno di quell’ingombrante presenza. Ma il colpo più fortunato è senz’altro quello del novembre scorso, quando dopo lunghi negoziati con gli istituti finanziari il governo decreta la conversione obbligatoria dei mutui contratti in valute forti (euro e franchi svizzeri principalmente) in valuta locale, cioè fiorini.

La ricetta per stabilizzare la crescita ungherese per gli anni a venire

È di pochi giorni fa un nuovo pacchetto di misure fiscali decise dal governo per stabilizzare la crescita. Prevedono un ulteriore abbassamento della flat tax dal 16 al 15 per cento, la riduzione dell’Iva dal 27 al 5 per cento su alcuni prodotti alimentari, un altro taglio alle bollette dei servizi per 10 miliardi di fiorini e un primo taglio dello scaglione più alto della tassa straordinaria sulle banche. Le banche che hanno aumentato l’importo dei loro prestiti al pubblico di una certa misura in una scala che comincia dal 2009 avranno diritto a rimborsi fiscali per 10 miliardi di fiorini. Inoltre il governo ha comunicato alla Ue che manterrà il programma di lavori pubblici finanziati dal governo (che ha permesso di abbassare il tasso di disoccupazione) e i prestiti a tassi agevolati alle piccole e medie imprese. Cose, queste ultime, che a Bruxelles non piacciono (violerebbero le normative sulla competizione).

Fonte: Tempi

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