I governi detti delle «larghe intese» che si sono succeduti dal colpo di stato eurocratico che costrinse Berlusconi alle dimissioni il 12 novembre 2011, retti da personaggi imposti dalla dittatura finanziaria, attestano il tramonto della democrazia sia emarginando il Parlamento sia spogliando i partiti della loro identità, al punto che è del tutto velleitario qualificarli di destra, di centro o di sinistra, dal momento che sono tutti complici di una strategia che sta trasformando l’Italia ricca in italiani poveri.

Il vero discrimine politico che anche in Italia si intravede sempre più, sarà tra l’essere, da un lato, a favore dello status quo che si sostanzia dell’euro e dell’eurocrazia, degli Stati Uniti d’Europa e della società globalista e, dall’altro, a favore del cambiamento che corrisponde al riscatto della sovranità monetaria e legislativa, dell’Italia come Stato nazionale, nonché della salvaguardia della nostra civiltà laica e liberale dalle radici ebraico-cristiane.

Ebbene quando la stampa deve indicare i partiti favorevoli all’uscita dell’Italia dall’euro, in automatico si citano il M5S e la Lega Nord. La verità è che soltanto Matteo Salvini, dopo l’inizio del suo mandato come segretario della Lega Nord il 15 dicembre 2013, ha detto chiaramente di voler abbandonare l’euro. Ma va chiarito che sia il suo predecessore Maroni, sia il fondatore della Lega Nord Bossi, sia infine il sindaco di Verona Tosi si sono espressi a favore dell’euro. Ma soprattutto Salvini non ha chiarito ufficialmente se, l’alternativa all’euro, sarà una moneta sovrana italiana, un euro a doppia velocità o una «moneta padana», visto che in una dichiarazione ha detto che «prima salta l’euro, prima posso riprendere la battaglia per l’indipendenza», intesa come indipendenza della sedicente Padania.

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Ciò che ha finora unito il M5S e la Lega è la proposta di un referendum sull’euro. Il M5S l’ha indicato come il primo dei 7 punti della sua proposta per le Elezioni Europee. La Lega aveva raccolto le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per consentire un referendum sull’euro. Ebbene se si considera che il referendum sull’euro è costituzionalmente inammissibile perché l’articolo 75 della Costituzione vieta il referendum abrogativo sulla materia finanziaria e sui trattati internazionali, se ne deduce che si tratta essenzialmente di una sparata mediatica volta soprattutto a conquistare spazi di visibilità in televisione e sui giornali. Va aggiunto che i poteri finanziari e mediatici forti sono ben lieti di affibbiare il marchio di «euroscettici» o «populisti» a soggetti politici esagitati.

Dal canto suo Grillo ha chiarito di volere l’euro, mentre al terzo punto della proposta elettorale per le Europee del M5S figura la richiesta degli eurobond, cioè titoli di debito garantiti dalla Banca centrale europea, che si tradurrebbe nella totale sottomissione dell’Italia all’eurocrazia.Da ieri però c’è una novità. Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno ufficializzato la richiesta dell’uscita dell’Italia dall’euro per riscattare la sovranità monetaria nazionale, indicando implicitamente che l’alternativa all’euro è una moneta emessa dallo Stato italiano. La battaglia contro l’euro viene collocata in modo chiaro nel contesto del riscatto della sovranità nazionale. Il Congresso di Fiuggi, svoltosi l’8 e il 9 marzo, verrà ricordato come un evento storico proprio perché per la prima volta traccia in modo chiaro tra i soggetti politici la linea di separazione tra chi è per l’euro e chi è per una moneta sovrana italiana. A questo punto acquistano sempre più rilievo le elezioni europee del 25 maggio che saranno il vero referendum sull’euro e sull’Eurocrazia, considerando che i sondaggi più cauti indicano che il 40% di italiani sono contrari all’euro. Per l’Italia potrebbe essere l’inizio della vera svolta.

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