Uno si sente combattente, l’altro vuole fare l’allenatore, uno pensa alla foto di Vasto, l’altro tramesta nientemeno che con Cicchitto, contro Alfano, uno ha per modello il Molise e fa partorire la capra mentre studia la riscossa, l’altro presenta per l’Italia a platee non proprio piene un libro che si chiama, sic, Il ventennio. Avete voglia di facce nuove? Arrivano due zombie. Il primo, Gianfranco Fini, si attacca alla crisi del centro destra per riproporsi come uomo saggio e perfino contemporaneo, appuntamento il 28 giugno,fresco com’è di un successo dopo l’altro, dai 150mila voti che raccolse il suo Futuro e Libertà, a quell’entusiasmante 0,7% che ha ottenuto il 25 maggio la formazione che sosteneva, Scelta Europea. Il secondo, Antonio Di Pietro, non ha neanche la scusa della crisi, visto il rampante successo del leader di centro sinistra, Matteo Renzi, e il tramonto tragico del fu suo partito, Italia dei Valori, visto che anche il giustizialismo di cui fu interprete iperattivo oggi lo guidano altri, e allora sogna il modello della foto di Vasto, dove compariva con altri due desaparecidos della storia e della cronaca, Pierluigi Bersani e Nichi Vendola. Verrebbe da ridere per tanta ostinata irragionevole mancanza di pudore, ma non c’è niente da ridere, l’arroganza di alcuni dirigenti politici che tutto hanno avuto, che sempre di sé si sono preoccupati, che solo rovine hanno lasciato, che se ne infischiano di non avere più consenso né credibilità, è insopportabile.

È insopportabile anche quando a personaggi come Di Pietro e Fini scappa di dire qualcosa di sensato, perché lo fanno a proprio uso e consumo, perché lo fanno fuori tempo massimo, perché mischiano vicende squisitamente locali della loro bottega con la storia nazionale. Come Di Pietro che oggi, con Renzi arbitro unico della situazione, cita addirittura il modello Molise per parlare di elezioni nazionali disattese, e dice: «Siamo pronti a tornare alle urne. La prima cosa che chiediamo è quella di ricostruire in Italia una coalizione unitaria di centrosinistra sul modello molisano, dove attorno al presidente della Regione, Paolo Frattura, ci siamo assunti la responsabilità di governare». «Questo vogliamo farlo – prosegue – anche a livello nazionale, nelle modalità che la nuova legge elettorale proporrà. E in questo senso chiediamo a Renzi che tra le urgenze da mettere in campo ci siano la nuova legge elettorale e il ritorno alle urne, perché non ha senso che le riforme costituzionali vengano fatte da un Parlamento sostanzialmente illegittimo, così come ha detto la Corte Costituzionale». Il Parlamento è probabilmente illegittimo da prima che Di Pietro se ne accorgesse, Renzi sicuramente si sente oggi legittimato a ridere in faccia a lui e a chiunque avanzi discorsi di questo tenore. Ma Di Pietro si prende sul serio. Reduce da quello che ammette essere un «deludente» risultato elettorale, «ora mi rimetto in gioco. E torno a candidarmi. Io combattente lo sono, per il reduce c’è ancora tempo. Io non ho bisogno di avere un titolo: l’Idv l’ho fondata e mi sento parte integrante di essa». Attendiamo francamente un po’ stanchi gli esiti di «un nuovo percorso per l’Idv»: Di Pietro ha infatti chiesto e ottenuto per sabato la convocazione dell’esecutivo nazionale dell’Idv per far partire un nuovo percorso, e chiosa che «il partito deve essere impersonale, in grado di eleggere dei candidati per quello che sono e per quello che fanno». Appunto.

Più variegato e pericoloso è il progettino messo in piedi dall’ex presidente della Camera, a lungo beneficato dal Cav, poi traditore sfidante, e antesignano di un metodo che ha fatto scuola con gli stessi superstiti di Ncd con i quali oggi si incontra. La faccia tosta a Fini non manca. Al quotidiano romano Il Tempo dichiara che: «Mai come in questo momento il centrodestra appare deludente agli occhi di milioni di connazionali che alle ultime elezioni, nel 2013 e nel 2014, non l’hanno più votato. Significa che i soggetti politici in campo – Forza Italia, Lega, Ncd, Fdi – sono ritenuti inadeguati. Parto da questa onesta fotografia». Troppo giusto, la crisi c’è, è cominciata con i 159 mila voti al suo progetto rampante e super appoggiato, tra ambasciatore di Obama e Quirinale, con un solo eletto, se ricordo bene, il transfuga di professione Benedetto Della Vedova, subito divenuto montiano, oggi non saprei dire. Come mai Fini, la cui sparizione non aveva aperto un vulnus nazionale, si sente ancora indispensabile e si è addirittura costituito una fondazione, l’ennesima, ad hoc, che si chiama Liberadestra? Elementare, perché «la ricerca del leader oggi rischia di essere sterile», perché «oggi il centrodestra, a differenza della sinistra, deve impegnarsi anche nel rinnovamento della classe dirigente», perché intende porre «al centro del dibattito i criteri meritocratici e il modo in cui si forma la classe dirigente». Tutte ragioni sensate per rispedirlo subito alla sua dorata pensione.

di MARIA GIOVANNA MAGLIE – Libero Quotidiano

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