Il trumpismo in Europa ha i modi cortesi ma poco diplomatici di Ted Malloch, 65 anni a settembre, di stanza prevalentemente a Londra, economista, finanziere, professore di Strategia governativa e leaderhip. Un curriculum che in Europa nessun politico può vantare ma che non gli ha evitato la ferma opposizione di eurocrati e cancellerie politically correct di fronte alla sua candidatura ad ambasciatore degli Stati Uniti presso l’ Unione Europea. Forse perché ha detto senza mezzi termini che l’ euro è finito, l’ Europa non sta bene, Putin non è il demonio e ogni Stato dovrebbe far votare i propri cittadini su moneta unica e adesione alla Ue. O forse, semplicemente perché, come Trump e tutta la sua squadra, è ricco ma anticonformista e privilegia il contenuto del discorso ai suoi possibili effetti.

Perché Trump e la sua amministrazione non amano l’ euro: la divisa comunitaria secondo voi ha danneggiato gli Usa?
«Non è questione di odio o amore, l’ euro non è un male né un bene per gli States. L’ Europa ha Paesi nell’ eurozona, Paesi fuori, Paesi che possono uscirvi e Paesi che ne sono usciti (lapsus freudiano, quest’ ultimo, perché nessun Paese ha lasciato l’ euro: doveva entrarvi la Danimarca ma vi ha rinunciato all’ ultimo in seguito all’ esito negativo del referendum sull’ euro, ndr)».

Su quali basi sostiene che l’ euro ha solo 18 mesi di vita?
«Ho fatto la mia analisi sulla Bbc, affermando che ci saranno altre Brexit e che se fossi al tavolo di una banca d’ investimento punterei contro l’ euro. Non sono certo l’ unico a fare questa previsione. Anche molte banche e società di gestione vedono un futuro cupo per l’ euro, che sembra essere sopravvalutato nonostante sia già sceso di valore. C’ è instabilità politica nell’ eurozona e ci sono elezioni vicine dagli esiti imprevedibili».

Qual è stato l’ errore determinante di Bce e Ue nella gestione della moneta unica?
«Sono d’ accordo con quanto sostiene Joseph Stiglitz, che afferma che la moneta unica è una valuta nata male, ha un difetto genetico.
(Per Stiglitz la moneta unica ha fallito nei suoi due obiettivi: creare più prosperità economica e più unione politica e ora ci sono due scenari possibili, l’ abbandono della moneta o la sua trasformazione in un sistema di rapporti valutari più flessibili, una sorta di ritorno allo Sme degli anni ’80; ndr).

Davvero pensa che la Grecia sia il Paese che per primo abbandonerà l’ euro e che potrebbe agganciarsi al dollaro americano?
«Io non posso fare previsioni sulla eventuale Grexit, ma si tratta di un’ opzione, in quanto i greci hanno bisogno di ottenere un maggiore controllo della propria economia e l’ euro lo impedisce. Il tema della dollarizzazione è stato discusso in alcuni think tank, ma credo sia appropriato solo per situazioni come lo Zimbabwe o l’ Ecuador, dove esiste una iper-inflazione, che non è il problema centrale in Grecia».

Gli effetti per l’ Europa e il mondo della fine dell’ euro sarebbero positivi o negativi?
«Il collasso dell’ euro sarebbe negativo, è sempre preferibile un processo ordinato. La stessa moneta può andare bene per tutti i Paesi europei? Le economie sono uguali?
Qualcuno dovrebbe lasciare l’ euro?
Sono tutte domande che ogni Paese dell’ eurozona dovrebbe porsi».

Che politica monetaria attuerete? Farete la guerra all’ euro perché è troppo debole e alla Banca Europea perché lo tiene così basso e vi frena le esportazioni?
«Il mercato e la Fed determinano tutto ciò indipendentemente dal governo americano. La parità tra euro e dollaro è predetta da molti».

Le minacce di Trump non hanno avuto in realtà un effetto boomerang, ricompattando i leader europei nella difesa dell’ euro?
«Io questo non lo vedo. La valuta è una misura di valore economico, è il mercato a determinarne il valore, non le istituzioni politiche».

Non teme che l’ America pagherà un prezzo a scardinare la Ue?
«L’ America non vuole scardinare nulla. Gli inglesi hanno votato l’ uscita dalla Ue: stanno soffrendo? Direi di no. Ad altri Paesi dovrebbe essere consentita la medesima decisione. Perché temete il volere del popolo? Fate anche voi un referendum».

Un’ Europa nazionalista già ha scatenato due guerre mondiali dove sono morti milioni di americani. C’ è chi sostiene che la disintegrazione della Ue scatenerebbe nuovi conflitti: non teme questo scenario?
«No, non lo temo. L’ Europa è cresciuta, è un posto adulto e libero di decidere la propria strada. È in grado di gestire le realtà presenti e non dipende da una forza esterna per mantenere la pace. Gli ultimi 70 anni lo dimostrano. Le giro la domanda: perché non si può fare affidamento sul fatto che gli europei riescano a vivere in pace all’ interno dei rispettivi Stati sovrani?».

Davvero vede delle analogie tra Ue e Urss come ha detto?
«Era un commento fatto in una trasmissione tv umoristica. Richiederebbe un’ analisi infinita. La Ue non è né sovietica né unita come lo era l’ Urss. Il paragone è stato fatto da molti accademici. Le ricordo comunque che l’ Urss è collassata sotto il proprio stesso peso».

Perché la Ue è fallita: per colpa dei popoli, dei funzionari Ue o dei politici che non hanno ceduto sovranità?
«La risposta si può ricavare dalla sintesi dei fattori elencati nella sua eccellente domanda. Ciascuno con il proprio grado di responsabilità».

Perché tanta diffidenza verso l’ Europa?
«Non c’ è diffidenza, solo relazioni oneste, franche e candide. Molti americani pensano che gli States meritino più gratitudine per quello che hanno dato all’ Europa dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi e molti vedono troppo risentimento nei nostri confronti».

Si può contare sul fatto che con Trump gli Usa manterranno con l’ Europa un rapporto privilegiato di amicizia basato sull’ affinità culturale e sociale?
«Il rapporto transatlantico continuerà però con nuove modalità ed enfasi. L’ America condivide una lunga affinità e genealogia con tutta l’ Europa e celebra la diversità europea in tutte le sue manifestazioni».

Il Parlamento Ue ha diritto di esprimersi su chi debba essere l’ ambasciatore Usa presso la Ue?
«No. Il Congresso Usa non vota su chi gli altri Paesi devono mandare in America come ambasciatori».

Cosa pensa del Parlamento Europeo? E della Commissione Ue?
«Sono istituzioni europee ancora in evoluzione. Io da fuori mi chiederei: sono democratiche? Sono troppo costose? Sono burocratiche e ridondanti? Ma la risposta e la valutazione del loro futuro dipende dagli Stati membri».

Perché vuol fare l’ ambasciatore Usa in Europa?
«Sono disposto a servire il governo Usa e l’ amministrazione Trump in qualsiasi cosa ritengano opportuno. L’ ambasciatore Usa in Europa è un ruolo per cui sono stato esplicitamente valutato dalla squadra del presidente. Penso che tutti i cambiamenti in atto in Europa ora la rendano una posizione chiave».

Si è pentito delle frasi d’ attacco a euro e Ue?
«Erano forti. Ma è anche vero che serve una diplomazia senza fronzoli, insomma senza quelle che in Usa chiamiamo “bullshits”».

Lei è manager e uomo della finanza: cosa fa al servizio di un governo protezionista e populista?
«Questa è una domanda degradante. Non è così. Tante brave persone, se chiamate, sono disposte a servire i più svariati governi».

Come vede la crescita dei movimenti nazionalisti in Europa?
«È un fenomeno globale, dalla Brexit a Trump e ora ancora in Europa: è la nuova realtà».

Non teme che la svolta protezionistica danneggerà gli Usa?
«Mettere gli Usa sopra ogni cosa aiuta la crescita della nostra economia, portando lavoro e produzione in America. Questo è positivo per tutti gli americani. Non è una cosa che crea danno ma prosperità».

Non ritiene anche protezionismo rifiutare la globalizzazione e voler trattare con singoli accordi realtà complesse e interstatuali?
«Trump ha enunciato la sua politica: non crede alle entità sovranazionali, trova il multilateralismo un abbassamento della qualità delle intese e vede un futuro nelle relazioni bilaterali e nel sistema Stato-centrico. Privilegia le relazioni bilaterali con i singoli Stati, anche della Ue.
Punto».

Il vostro nemico numero uno economico è Berlino, con il quale avete una bilancia commerciale in deficit di 80 miliardi: su quali basi volete rimodulare i rapporti con la Germania?
«Non lo chiamerei un nemico ma un forte partner transatlantico e lo è stato per decenni. Dobbiamo solo riequilibrare più correttamente il tavolo del commercio, come del resto con gli altri partner Ue».

Gli altri grandi esportatori verso gli Usa sono Messico, Cina e Giappone: intendete applicare dei dazi o cercherete di trattare?
«I dazi sono un bastone da usare selettivamente e solo dopo che tutto il resto è fallito. Trump crede nel mercato libero e corretto».

Si dice da sempre che il presidente degli Usa è l’ uomo più potente del mondo; oppure oggi lo è il leader cinese Xi?
«Davvero? Per qualsiasi misura di potere economico, politico e culturale l’ America rimane ampiamente superiore a qualsiasi altra nazione al mondo. Le consiglio di controllare i suoi numeri».

Volete far pagare tutte le tasse in Usa a Google, Facebook e Apple in Usa?
«La prima responsabilità di qualsiasi azienda è pagare le tasse. L’ evasione fiscale è da combattere e ogni Paese, non solo gli Usa, dovrebbe implementare misure in tal senso».

Cosa vi aspettate dal rapporto con Putin?
«Non c’ è margine di peggioramento, può solo migliorare. Molti si aspettano un disgelo o anche un’ intesa. Ci sono molte questioni su cui America e Russia possono lavorare insieme in modo proficuo».

C’ è chi dice che Putin sia il baluardo dell’ Occidente in Europa e Asia: condivide?
«Baluardo? Non ho famigliarità con questa teoria. Comunque è meglio avere un rapporto con Putin piuttosto che non averlo».

La Crimea è Russia? E l’ Ucraina quanto è Russia?
«Dipende da quale mappa guarda e qual è la data della mappa. Sono questioni da risolvere quanto prima, con la Russia e tutte le altre parti coinvolte».

È ora di porre fine alle sanzioni contro Mosca?
«Non ancora. La fine delle sanzioni va negoziata passo passo con un do ut des verificato a ogni passo. Si ricordi la frase di Reagan: fidarsi ma verificare. Trump la farà sua».

Come cambierete la Nato e che impegno pensate di chiedere all’ Italia e all’ Europa?
«Trump ha detto che la Nato è obsoleta però, dopo essersi consultato, afferma che dev’ essere rilanciata e ricostruita attorno alla lotta al terrorismo mondiale e informatico.
Quello che è imperativo è suddividere le spese: solo cinque membri della Nato oggi pagano il loro contributo, corrispondente al 2% del Pil».

Immagina un’ alleanza Russia-Usa per sconfiggere l’ Isis anche con l’ invio dei militari?
«La questione è stata discussa. Io non sono un esperto militare, certo l’ Isis dev’ essere sconfitta».

Va bene la ripresa dei rapporti con Israele ma perché spostare l’ ambasciata a Gerusalemme?
«È da tempo una promessa americana che vogliamo mantenere».

Se una cosa buona aveva fatto Obama era riprendere il dialogo con l’ Iran: perché buttare via il lavoro fatto?
«L’ Iran è il più grande sponsor del terrorismo ed è intimamente anti-Usa. È una minaccia e non ci si può fare affidamento. La possibilità di un Iran con armi nucleari è terrificante».

La crisi mondiale è nata negli Usa che l’ hanno esportata: che idea ha a riguardo?
«È cominciata in America e si è diffusa nel mondo, con differenti conseguenze. La crisi è nata per due motivi: le politiche governative di incentivare la concessione di mutui anche a chi non se lo poteva permettere e la cultura malata, corporativista e avida di Wall Street».

L’ alta finanza ha fatto bene o male all’ economia mondiale?
«La finanza è il carburante che fa funzionare l’ economia. Non va castigata, è necessaria. Nel mio libro “La fine dell’ etica” spiego come regolarla e renderla più morale».

Vantaggi e svangaggi della globalizzazione?
«I pro sono che si ha un’ economia mondiale più integrata. Gli svantaggi sono che ne beneficia solo qualcuno. Il capitalismo dev’ essere più inclusivo».

Trump è stato votato dalla classe media ma ha un governo di soli milionari: non c’ è una contraddizione?
«È uno stereotipo, il suo elettorato copre tutte le fasce di americani.
A Trump piacciono i vincitori, gente che ha ottenuto successo. Alcuni di loro, come anche Donald, sono abbienti e si stanno sacrificando per servire il Paese in un momento di bisogno. Questo è positivo».

Perché Trump si è candidato?
«Semplice: per spirito di servizio. Ama il suo Paese ed è un patriota.
Per usare le sue parole, ha visto un’ America zoppicante, non gli è piaciuto e vuole cambiare le cose».

Non ritiene abbia uno stile inutilmente provocatorio anche ora che è stato eletto?
«Sarebbe lui il provocatore, o piuttosto la sinistra? Trump è carismatico e concentrato sui risultati. Fa accadere le cose e questo irrita ancora di più i suoi detrattori».

Quando ha capito che poteva vincere?
«Il giorno in cui si è candidato. La situazione reclamava un outsider e un uomo pratico. Trump è entrambe le cose e ha molte energie».

Qual è stata la parola chiave della vittoria?
«America First era il tema. La campagna era incentrata su una lista di punti mirati a ottenere questo risultato. Legga i 28 impegni presi nel discorso di Gettysburg e che Trump sta rispettando uno a uno».

Dicono che Trump sarà fatto cadere dal sistema prima della fine del mandato…
«L’ establishment sta vivendo la bonifica dei poteri più consolidati e compromessi. Trump sta già pensando alla sua rielezione tra quattro anni. La parola chiave sarà “Manteniamo l’ America Grande”».

Perché il presidente ha un così cattivo rapporto con la stampa?
«Per la natura faziosa della maggior parte dei media che diffondono notizie false. La Cnn è stata ribattezzata Clinton News Network. Lo stratega di Trump ha definito i media come l’ opposizione».

Ma non è come Reagan, che era un vero liberale. Trump punta ad abbassare le tasse ma protegge le imprese Usa dal libero mercato, Reagan invece ha rafforzato imprese ed economia Usa abbandonandole alla concorrenza mondiale: cosa ne pensa?
«Nessuno dei due è totalmente liberista. Entrambi hanno una radice liberista e Trump sta cercando di riunire sotto una grande tenda tutte le anime del partito repubblicano».

Qual è il politico europeo che più le piace?
«Margaret Thatcher, di gran lunga. Direi anche Winston Churchill».

Il bando dei musulmani è stato un autogol: a che cosa serve?
«Non è un divieto religioso né un bando. Sono stati selezionati sette Paesi che pongono una particolare minaccia verso gli Usa. Abbiamo deciso lo stop agli ingressi per alcuni mesi per attuare una migliore selezione degli arrivi in futuro. Lo chiami come vuole ma non è quello che è stato scritto sui giornali. Ogni nazione dovrebbe avere come priorità la sicurezza dei propri cittadini».

I rapporti con il papato di Francesco si annunciano complicati: vuole lanciare un messaggio?
«Penso che il presidente Trump abbia già mandato un messaggio di pace e buona volontà al Papa».

Quali posizioni del Vaticano condivide e quali meno?
«Non sono un cattolico ma un anglicano. Sarebbe inappropriato per me ogni commento. Rispetto il Papa, la Chiesa cattolica e il suo laico e imponente contributo al bene del mondo».

Che occasioni pensa possa avere l’ Italia dalla nuova politica economica ed estera degli Usa?
«L’ Italia è un’ economia competitiva e se lo diventasse ancora di più ci sarebbero buone opportunità. In certe nicchie gli esportatori fanno molto bene e poi c’ è Fiat-Chrysler che in Usa ha enormi potenzialità»

L’ Italia esporta per trenta miliardi netti in Usa: anche noi finiremo nel mirino di Trump?
«I rapporti commerciali tra Usa e Italia sono corretti e liberi? Questo è l’ unico punto. Magari è già arrivato il tempo di un accordo bilaterale».

Alcuni studi dicono che l’ Italia beneficerebbe di un ritorno al protezionismo: lo pensa?
«Ho letto molti studi sull’ Italia e la sua economia. La maggior parte di questi suggerisce altre vie».

E di un ritorno alla lira?
«È una decisione che deve prendere l’ Italia. L’ euro avvantaggia voi o qualcun altro?».

Che opinione si ha dell’ Italia in Usa?
«Molto positiva. Gli italoamericani hanno dato un enorme contributo all’ America in tutti i campi della vita. Ci sono più ristoranti italiani in America che in Italia. E poi penso ai grandi eroi militari italiani che hanno servito l’ America, per non dire di autorevoli leader politici. Il mio preferito era Rudy Giuliani, miglior sindaco d’ America».

E della politica italiana?
«Non credo che la maggioranza degli americani sia interessata alla politica interna degli altri Paesi.
“Tutta la politica è locale”, come recita il proverbio».

Cosa dirà Trump al premier italiano Gentiloni quando lo incontrerà?
«Penso gli dirà che ama l’ Italia».

Cosa può dirci del suo incontro con il leader della Lega Salvini a Londra: crede che possa fare il premier?
«È stato un gentleman ed è un cervello acuto. Ma né io né il governo Usa appoggiamo leader o partiti politici stranieri. Quella è una prerogativa di ciascun popolo».

Cosa pensa di Berlusconi, grande amico di Bush e di Putin? Auspica un suo ritorno in politica?
«Non conosco Berlusconi. Mi pare che la sua influenza politica resti forte in Italia e mi auguro che possa passare il testimone a una nuova leadership che possa farvi grandi».

di Pietro Senaldi (Ha collaborato Gianluca Savoini)

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