In Francia, comunque vada, sarà il tempo degli outsiders. I candidati all’Eliseo stanno chiarendo i loro programmi elettorali. Ci sono differenze, ovvio, ma anche evidenti affinità. Una su tutte, quella che emerge con più chiarezza, è la volontà di proporre un sistema politico-governativo decisamente differente dall’attuale.

Chiunque sarà il prossimo presidente francese, infatti, ci troveremo dinanzi qualcuno che sino a pochi mesi fa era considerato un vincitore poco probabile, qualcuno con un’ idea di Francia o di Ue differente dalle ultime proposte e perseguite, qualcuno con una visione del mondo, nel caso di Marine Le Pen, diametralmente opposta alla vigente.

La sfida francese, così, non è legata unicamente ai destini di quella nazione: dovesse vincere Marine Le Pen, infatti, le possibilità che l’Ue resti in piedi si ridurrebbero notevolmente.

La Frexit (la Brexit francese), del resto, è una possibilità che il Fn intende perseguire concretamente nel caso i cittadini d’oltralpe decidessero di riporre le loro sorti nelle mani dell’erede di Jean Marie. Marine, ad oggi, è saldamente in testa in tutti i sondaggi. Il 23 aprile, con ogni probabilità, arriverà prima.

Se il primo turno rappresenta però uno scoglio relativo, è il secondo, quello del 7 maggio, a restare un enigma: in qualsiasi competizione elettorale, tranne nel caso di Brignoles, il Fn è stato sempre sconfitto dal “patto repubblicano” tra Ump e Ps.

Marine Le Pen ripone le sue speranze nel trend populista, in quello che Alain de Benoist chiama “le moment populiste“, nel compattarsi elettorale del ceto medio e delle classi operaie.

Chi sarà, però, a sfidare la Le Pen? Secondo i sondaggi attuali sarà Emmanuel Macron, l’enfant prodige della New Economy, largamente sostenuto dal ceto dell’industria tecnologica francese, tra i papabili delle elezioni è l’unico ad essere convintamente europeista.

Il successo di En Marche!, però, è per ora solo potenziale: nessun partito francese al di fuori di quelli tradizionali si è mai imposto nelle competizioni elettorali.

Macron piace a tutti i neoliberisti, dai quelli progressisti a quelli conservatori, ma una sua vittoria rappresenterebbe un vero e proprio sconvolgimento dell’assetto partitico francese.

Macron, tuttavia, se  apparentemente sembra un anti-sistema è considerato in Francia il più speculare al sistema di potere vigente rispetto tutti gli altri candidati: i suoi trascorsi alla Rothschild, d’altro canto, contribuiscono a raffigurarlo come un amico dell’alta finanza più che del popolo, quell’élite finanziaria contro cui i populismi stanno basando i loro trionfi contemporanei.

Le primarie del Ps, invece, le ha vinte Benoit Hamon, all’interno di uno psicodramma collettivo nel mondo socialista condito da un bassissimo numero di partecipanti alle primarie e dalla bocciatura in toto delle politiche del duo Hollande-Valls da parte dell’elettorato socialista. Hamon è un socialista purista, un antiglobalista che ha intenzione di proporre un idea d’ Europa differente ed una visione sociale dell’Ue.

L’Ump non è stata estranea a questa piccola rivoluzione: Fillon le primarie le ha vinte a sorpresa ed anche se la questione relativa allo stipendio della moglie sembra averlo messo fuori dai giochi che contano, la sua visione d’Europa è rappresentativa di una sorta di terza via tra l’attuale e la destrutturazione targata Le Pen. Fillon, peraltro, è rinomatamente morbido nei confronti di Putin.

Marine Le Pen, in definitiva, è la più evidente novità di un quadro politico completamente sconvolto. Il sintomo di un bisogno di novità e di una seria messa in discussione dell’assetto politico presente in Francia, nel cuore d’Europa.

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