Mentre alla BCE invocano cospirazioni che tengono bassa l’inflazione dell’eurozona, molto banalmente i salari dei lavoratori dell’area non crescono, proprio grazie alle (solite) ricette imposte da Bruxelles: riforme del mercato del lavoro, tagli al welfare e agli investimenti. L’Italia poi, può constatare il “grande successo” del Jobs Act: grazie alla sciagurata riforma, i salari italiani sono addirittura in calo, unico caso insieme alla Finlandia.  

Di Paul Hannon , 16 settembre 2016

Gli stipendi dell’eurozona sono aumentati al ritmo più basso da sei anni a questa parte nel secondo trimestre del 2016, un elemento di prova della debolezza della ripresa economica dell’area valutaria e una preoccupazione per i decisori della Banca Centrale Europea.

La scorsa settimana, parlando della decisione di lasciare immutati i tassi di interesse e il QE, Mario Draghi ha detto che il consiglio direttivo era pronto e in grado di aumentare gli stimoli economici, nel caso in cui fossero emersi segnali negativi per il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione per gli anni a venire.

In particolare, ha sottolineato i timori riguardo a quelli che i banchieri centrali definiscono “effetti secondari”, come la volontà dei lavoratori di accettare, o dei datori di lavoro di offrire, incrementi di salario più modesti alla luce di aspettative di inflazione che permangono molto basse.

“Se questo fosse vero, saremmo estremamente preoccupati, e stiamo monitorando questi sviluppi molto da vicino” ha detto il Signor Draghi. “Ma la necessità di salari più alti non è in discussione”.

Venerdì l’agenzia di statistica dell’Unione Europea ha detto che i salari, nel secondo trimestre, sono saliti appena dello 0,9% rispetto all’anno precedente, si tratta del più basso aumento registrato a partire dal terzo trimestre del 2010 a di un brusco rallentamento rispetto all’aumento dell’1,7% registrato nei primi tre mesi dell’anno.

Di conseguenza, il costo totale del lavoro è aumentato di appena l’1% nell’anno, il più piccolo aumento registrato dal primo trimestre del 2014.

La frenata dei salari è preoccupante per la BCE per 2 ragioni. Quando sale il costo del lavoro, le imprese tendono ad aumentare i loro prezzi per mantenere i margini di profitto, generando così inflazione. E quando gli stipendi salgono, i consumatori hanno più soldi da spendere, altra cosa che aiuta a spingere i prezzi al rialzo.

I dati diffusi giovedì mostrano che il tasso d’inflazione annuale dell’eurozona era stabile allo 0,2% in agosto, cosicché la BCE rimane alla stessa distanza dal proprio obiettivo di inflazione rispetto a quando lanciò la prima serie di pacchetti di stimolo a giugno 2014.

La disoccupazione dell’eurozona ha continuato a ridursi, ma lentamente, da quando l’economia è tornata a crescere dalla metà del 2013, ma rimane il doppio di quando registrano Regno Unito e Stati Uniti.

La frenata degli stipendi è stata particolarmente forte in Germania, culla di uno dei mercati del lavoro più importanti dell’eurozona. La crescita dei salari nel paese più grande dell’eurozona era aumentata lo scorso anno, alimentando le speranze di un aumento delle spese dei consumatori che avrebbe generato una ripresa più robusta dell’eurozona. Se dovesse confermarsi, la frenata del secondo trimestre spegnerebbe queste speranze.

I salari sono diminuiti in due paesi dell’eurozona: dello 0,5% in Italia e del 2,3% in Finlandia.

Fonte: Voci dall’Estero

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