di Chris Richmond-Nzi

Introduzione

Le elezioni politiche europee si avvicinano inesorabilmente e ciò che era iniziata come un’impalpabile scaramuccia tra partiti si sta concretamente trasformando in una secolare sfida dottrinale.
Coloro che intendono proseguire a passo sostenuto chiedono una maggior cooperazione e una maggior solidarietà,  mentre quelli che intendono ‘sabotare’ la spedizione desiderano meno euro e meno solidarietà. Sembrerebbe che gli euroscettici intendano rescindere dal vincolo della moneta unica, riappropriarsi della sovranità ceduta, rimanendo però nell’Unione europea. Dal canto loro, gli euroconvinti sono decisi a rafforzare ulteriormente la convergenza delle economie, rinsaldando ed espandendo così l’acquis comunitario.

Nonostante la palese divergenza delle opinioni oggi l’euro è uno dei simboli per eccellenza dell’Unione e per esempio, avere l’euro in 28 paesi è stato per i viaggiatori europei un’enorme facilitazione. È diventato parte della vita quotidiana ed è probabile che il punto in discussione non è la moneta in sé, ma l’effetto, l’evoluzione, quel processo che l’euro ha innescato. I criteri di convergenza imposti, l’istituzione del meccanismo di stabilità e l’intenzione di creare un fondo unico europeo hanno fatto sobbalzare gran parte dei cittadini europei, ora consapevoli del significato de ‘acquis comunitario’. C’è chi, distratto dagli inesatti bombardamenti mediatici lo chiama ‘perdita di sovranità’, chi ‘dittatura finanziaria’ e chi addirittura ‘nuovo ordine mondiale’. Ma acquis comunitario significa semplicemente che i trattati ed il diritto adottato dall’Unione europea prevalgono sul diritto degli Stati membri.

Questo non è successo per caso, ma è successo dopo che gli Stati hanno scambiato i loro pieni poteri e dopo che hanno consentito di essere vincolati dai trattati e di compiere ogni altro atto riguardante il trattato stesso. La teoria che l’ordinamento nazionale rimane superiore a quello comunitario è un’altra infondatezza, riscontrabile anche dall’articolo 11 della Costituzione italiana. I trattati, oltre che comprendere l’euro come moneta unica, enunciano che la politica economica è una questione di interesse comune che deve essere fondata sullo stretto coordinamento e sulla definizione di obiettivi comuni. Indire un referendum consuntivo in merito alla recessione dall’unione monetaria è  la propaganda predominante di una parte degli euroscettici i quali, dimenticano di verificare se ciò sia effettivamente consentito dalla giurisprudenza. La giurisprudenza è lo strumento che norma tutte le società, da quella locale a quella comunitaria e internazionale, pertanto, per poter prendere in considerazione la modifica o la recessione di accordo è in primis necessario capire all’interno di quale ordinamento tale accordo è stato istituito. Soltanto in questo modo si potrà delineare sua legittimità o la sua eventuale illegittimità. Anche se d’attualità e di fondamentale importanza, è il caso di tralasciare il fondo unico, sia perché sarà attivo tra 10 anni – se Mario Draghi che lo ritiene un tempo inutilmente lungo non concretizzerà la sua intenzione di dimezzare il processo per la sua entrata in vigore – sia perché l’ESM oltre ad essere d’attualità e palpabile, ed è l’argomento più discusso e più incompreso dai due schieramenti in questione. Incompreso, come la democrazia rappresentativa attualmente vigente nell’Unione, quella democrazia dove le decisioni vengono prese il più vicino possibile ai cittadini, dove una competenza può appartenere agli Stati membri soltanto se tale competenza non è già stata attribuita o esercitata dall’Unione. Quella democrazia oppressa dal principio di sussidiarietà, dove nei settori che non sono di sua competenza, l’Unione può comunque intervenire per conseguire i suoi obiettivi.

Una democrazia incompresa dai cittadini, incompresa quanto la rappresentanza e la competenza del Parlamento europeo. È un dato di fatto che tra le istituzioni comunitarie la Commissione detiene delle competenze di rilievo: tra le mansioni promuove l’interesse generale dell’Ue, vigila sull’applicazione dei trattati ed è anche colei che dà esecuzione al bilancio e che gestisce il bilancio. Ma è anche un dato di fatto che il Parlamento – l’istituzione che rappresenta i cittadini dell’Unione – oltre a esercitare la funzione legislativa, il controllo politico e consultivo, ha anche l’opportunità di eleggere il presidente della Commissione, costituire una commissione d’inchiesta nonché la facoltà di presentare, votare ed approvare una mozione di censura sull’operato della Commissione. Il rapporto d’inchiesta 2013/2277 INI del Comitato per gli affari economici e sociali del Parlamento europeo va proprio in quella direzione: esaminare il ruolo e le attività della Troika – BCE, Commissione e Fondo Monetario – e capire se vi è stata da parte delle organizzazioni una cattiva amministrazione nell’applicazione del diritto dell’Unione. Volendo, il Parlamento europeo avrebbe il potere di far dimettere collettivamente sia i membri della Commissione sia l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione, ed è anche per questo motivo le prossime elezioni politiche saranno fondamentali per testare se le istituzioni attuano tra loro una effettiva e leale cooperazione. Gli euroconvinti come la Commissione lotteranno affinché l’acquis comunitario prevalga sullo scetticismo dilagante, e gli euroscettici come il Parlamento europeo proveranno a destabilizzare sia la legittimità della Commissione sia la legittimità dell’ESM, ma per farlo, dovranno affrontare di petto il carattere comunitario e scuotere il fondamento giuridico della stessa comunità.

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Un approfondimento sull’ESM
Il meccanismo europeo di stabilità (ESM) non è – come viene spesso ridimensionato – un qualunque trattato che impone soltanto un deficit inferiore al 3% e un debito sotto il 60% del PIL, è ben più di questo.
L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha introdotto la cosiddetta procedura di revisione semplificata, ovvero la possibilità per un governo di qualsiasi Stato dell’Ue, del Parlamento o della Commissione, di sottoporre al Consiglio europeo dei progetti che servano a modificare “in tutto o in parte le disposizioni” [art. 48 TUE] relative alle azioni interne dell’Ue, comprese le disposizioni per gli Stati membri la cui moneta è l’euro. Importante e punto fondamentale della revisione semplificata è che non estenda le competenze attribuite all’Unione nei trattati. Durante il Consiglio europeo del 28 e 29 ottobre 2010, gli allora capi di Stato hanno pensato di istituire un meccanismo permanente per la gestione delle crisi e per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona. Il 16 dicembre 2010 il governo belga ha presentato un progetto di modifica dell’art. 136 TFUE, ed il Consiglio, dopo i pareri positivi di Commissione (15 febbraio 2011), BCE (17 marzo 2011) e Parlamento (23 marzo 2011), con la decisione 2011/199 del 25 marzo 2011 ha approvato il progetto di emendamento. È stato aggiunto un paragrafo (3) all’art. 136 enunciante che “gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile (…).
La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria (…) sarà soggetta a rigorosa condizionalità”. Le parti contraenti del trattato – ovvero gli Stati membri dell’Eurozona – hanno tra loro istituito un’istituzione finanziaria internazionale a scopo regionale con l’obiettivo finale di assumere il compito svolto dal Fondo europeo di stabilità finanziaria e dal Meccanismo europeo di stabilità finanziaria. In poche parole l’ESM avrà facoltà di “mobilitare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità secondo rigorose condizioni commisurate allo strumento di assistenza scelto, a beneficio dei membri che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari” [art. 3 ESM].
A seguito di questo processo e a seguito dell’approvazione dei capi di governo nazionali, l’ESM – il nuovo elemento complementare del nuovo quadro regolamentare per il rafforzamento della governance economica dell’Unione – ha potuto prendere forma. Ma c’è chi sostiene che la modifica dell’art. 136 TFUE non sia stata eseguita in modo consone, che tale modifica estende le competenze dell’Unione nel settore della politica monetaria e non si limita a modificare soltanto le disposizioni della Terza Parte dei trattati. Pertanto – secondo tale tesi – la modifica non avrebbe potuto essere effettuata mediante una procedura di revisione semplificata, ma sarebbe dovuta avvenire mediante quella ordinaria.
A questo proposito è bene ricordare che l’Unione ha competenza esclusiva nel settore della politica monetaria e che la Bce e le Bcn – che costituiscono l’Eurosistema – conducono la politica monetaria dell’Ue. Ma l’obiettivo principale della politica monetaria dell’Unione – mantenere la stabilità dei prezzi – si distingue dall’obiettivo dell’ESM, che è quello di salvaguardare la stabilità della zona euro.

È comunque possibile che la stabilità della zona euro abbia ripercussioni sulla stabilità della moneta unica, ma non si può equiparare una misura di politica economica con una di politica monetaria per il solo fatto che possa avere effetti indiretti sulla stabilità dell’euro. Inoltre, le disposizioni del quadro regolamentare e quelle del TFUE relative alla politica economica sono dirette a ridurre per quanto possibile il rischio di crisi del debito sovrano – e sono di natura preventiva – mentre l’istituzione dell’ESM mira a gestire le future crisi finanziarie che potrebbero sopravvenire malgrado le azioni preventive eventualmente intraprese.

L’ESM rientra nel settore della politica economica, non incide e non estende la competenza esclusiva riconosciuta all’Unione nel settore della politica monetaria, pertanto, l’aggiunta di un paragrafo all’art. 136 soddisfa formalmente la condizione posta dalla procedura di revisione semplificata. Ma vi è anche chi sostiene che la competenza della Corte di giustizia europea sia limitata, se non addirittura esclusa nell’esaminare la validità della decisione del Consiglio 2011/199 che emenda l’art. 136 TFUE, per il semplice motivo che tale modifica riguarda la validità del diritto primario.

Se così fosse, secondo l’art. 267 TFUE la Corte non avrebbe alcuna competenza in merito, perché non ha la facoltà di esaminare la validità delle disposizioni dei trattati. A riguardo però, è necessario rammentare che la decisione in questione riguarda il Consiglio europeo, parte delle istituzioni dell’Unione e pertanto, secondo l’art. 267 TFUE la Corte è competente a pronunciarsi in via pregiudiziale sulla validità degli atti compiuti dalle istituzioni. Per di più, la Corte nella sua qualità di istituzione che assicura – secondo l’art. 19 TUE – il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati, è competente ad esaminare la validità di una decisione del Consiglio europeo fondata sulla procedura di revisione semplificata, anche perché è tenuta a controllare che nella revisione del TFUE mediante procedura semplificata siano state rispettate le condizioni poste. Ma attenzione, è anche necessario sottolineare che l’ESM costituisce un elemento complementare del nuovo quadro regolamentare per il rafforzamento della governance economica dell’Unione, ed anche se il trattato contiene disposizioni che garantiscono che questo rispetta il diritto dell’Unione,  gli Stati quando istituiscono un meccanismo di stabilità come l’ESM non attuano il diritto dell’Unione europea. E come tutti gli organi comunitari, la Corte deve attenersi alle sue competenze, che non possono estendersi oltre i suoi confini giurisdizionali.
Fonte: antidiplomatico.it
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