Qualche tempo fa la battaglia principale era sconfiggere lo spread

di Chris Richmond-Nzi

Qualche tempo fa la battaglia principale era sconfiggere lo spread. Per farlo, occorreva fare i ‘compiti a casa’ e vi voleva stabilità, stabilità, stabilità e ancora stabilità. Un incompreso cambio di governo non concede di certo stabilità, ma a quanto pare lo spread non è stato minimamente scosso da questo evento.

Eppure questo è un periodo dove incombono parecchie scadenze, dove i compiti a casa vengono verificati e se fatti male, qualcuno viene sanzionato. Il timing derivante dal Two Pack è un dato di fatto e l’Italia – come tutti i paesi dell’Eurozona – ha presentato all’Unione un piano con tutte le misure che intende adottare per realizzare il draft bugdetary plan prodotto ad ottobre e approvato a dicembre per conseguire i criteri ed i vincoli imposti dal patto di stabilità. Le previsioni fatte da Roma – spending review di Cottarelli, privatizzazioni a catinelle e condoni compresi – verranno sovrapposte a quelle di Brussels. Gli alibi – cambio di governo incluso – non verranno presi in considerazione. Un mezzo fotogramma del film ‘l’Unione europea e l’euro’.
Si, perché ora, ovunque ci si volti, qualunque discorso si affronti, in qualunque posto dell’Unione europea lo si faccia, si giunge sempre al solito quesito: euro si – euro no. Rimanere nell’unione economica monetaria si sa, comporta l’impossibilità di un break. L’entrata in vigore del patto di stabilità e crescita ha scombussolato il quiete vivere dei popoli, ed è soltanto un fotogramma e mezzo del film. Uscire dall’euro? Già. Ma uscire dalla moneta unica per rimanere nell’Unione europea, oppure uscire dalla moneta per uscire dalla Ue? Tutto è possibile, basta sapere ciò che si vuole. Vi sono paesi che non sono parte dell’Unione europea e che ovviamente, non hanno l’euro come moneta. Vi sono Stati che sono membri dell’Unione ma che hanno negoziato uno status speciale che ha conferito loro la possibilità di decidere se aderire o meno alla cosiddetta ‘Terza fase’. Poi vi sono Stati che sono anch’essi membri dell’Unione europea ma che semplicemente non hanno ancora le condizioni richieste e pertanto, non adottano l’euro: gli Stati in deroga. Sembra semplice la soluzione, basta uscire dall’euro e scegliere una delle tre opzioni: fuori dall’euro e dall’Ue, negoziare uno status speciale, oppure diventare uno Stato con deroga.
Se però si fa un rapido censimento, ci si rende conto che ad oggi, gli Stati che adottano l’euro come moneta sono 18, mentre quelli che hanno deciso di vincolarsi al patto di stabilità e crescita sono 25. I conti non tornano, ed è palese che anche chi non adotta l’euro come moneta può avvalersi di una cooperazione rafforzata e sottoscrivere il patto di stabilità [art. 15 TSCG]. Anche chi ha negoziato uno status speciale può partecipare.
La soluzione – secondo certi – è uscire dall’euro, rimanendo comunque nell’Ue e diventare uno Stato con deroga, con un’altra moneta e la sua relativa sovranità. Ma potrebbe sussistere più un piccolo inconveniente: l’azione degli Stati che sono membri dell’Unione europea – dell’Unione e non dell’Eurozona – comprende l’adozione di una politica economica fondata sullo stretto coordinamento e sulla definizione di obiettivi comuni. Questa azione comprende una moneta unica, l’euro e la conduzione di un’una politica monetaria [art. 119 TFUE]. Uno Stato membro con deroga deve comunque considerare la propria politica del cambio come un problema di interesse comune [art. 142 TFUE] e non come una questione circoscritta ai confini nazionali.

Per di più, l’art. 141 TFUE enuncia chiaramente «se e fintantoché vi sono Stati membri con deroga», lasciando trasparire l’intenzione di ridurre l’uso di questa condizione per poi abolirla, essendo una disposizione ‘transitoria’. Se poi si prende in considerazione il fatto che entro cinque anni dall’entrata in vigore del patto di stabilità e crescita verranno adottate le misure necessarie ad incorporare il contenuto del patto di stabilità nell’ordinamento giuridico dell’Unione europea [art. 16 TSCG], è evidente che presto, molto presto, per i paesi membri dell’Unione europea lo status di Stato con deroga sarà soltanto un lontano ricordo. Non essendovi disposizioni in merito, è lecito pensare che l’ESM non verrà – come il patto di stabilità – inserito in Costituzione. Ma essendo l’ESM un trattato complementare del patto di stabilità nel promuovere la responsabilità e la solidarietà di bilancio, è altrettanto lecito prevedere che l’uno non potrà essere scorporato dall’altro.

Fonte: antidiplomatico.it
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