In attesa dello sbarco a Pozzallo dei quasi seicento migranti recuperati dalla nave della marina militare Grecale, con a rimorchio il peschereccio con le trenta vittime per asfissia, arriva l’esecuzione di nove fermi e la notifica di cinque informazioni di garanzia per la strage di Lampedusa dello scorso tre ottobre, quando a perdere la vita in mare furono 366 migranti. Intanto gli arrivi sulle coste italiane dall’inizio dell’anno hanno toccato quota 65mila e se da un lato l’operazione Mare nostrum è riuscita ad evitare tragedie con tali entità di vittime, dall’altro ci si interroga su come questa emorragia demografica dovuta soprattutto ai conflitti possa essere in qualche modo arrestata.

A margine di un seminario sulla “Convenzione di Palermo e la lotta al crimine organizzato su scala internazionale”, tenutosi a Roma, il Procuratore della Repubblica di Catania, Giovanni Salvi ha spiegato come la tratta di esseri umani rappresenti un florido mercato criminale, su cui i differenti sistemi giudiziari che vigono nei paesi di partenza e di approdo non sempre agiscono in maniera univoca con il risultato di rendere talvolta inefficace il contrasto.

«L’approccio solidaristico non può essere disgiunto da quello giudiziario perché serve colpire chi lucra su queste tragedie. Bisogna elaborare strumenti interni e non solo in grado di fronteggiare le modalità transnazionali della criminalità, poiché la rete è estesa», spiega Salvi. E gli avvisi emessi proprio oggi sul naufragio dello scorso tre ottobre sulle coste di Lampedusa sembrano dargli conferma perché hanno raggiunto cittadini residenti in nord America e in nord Europa.

Salvi descrive con dovizia di particolari le rotte dei mercanti di speranza: Lampedusa ed Agrigento in primis e solo fortuitamente Reggio Calabria. Precisa anche che c’è stata un’evoluzione sia nella scelta della traversata che nei viaggiatori. I migranti economici, quelli in fuga dalla miseria, a seguito delle primavere arabe fuggono invece dalle guerre civili e spesso posseggono notevoli patrimoni nelle città di origine. Il numero crescente di richieste di imbarchi per l’Europa, proibito dai governi locali in modo regolare, ha di fatto inaugurato nuovi porti in Egitto, quindi non è più solo la Libia ad essere collettore di disperati, ma la fascia di territorio si allarga.

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Anche gli strumenti di contrasto utilizzati nel fermare questo traffico di esseri umani hanno richiesto una rimodulazione dei trasporti da parte delle organizzazioni criminali. Oggi si utilizzano grandi barche che a rimorchio portano gommoni o piccole imbarcazioni stracariche che abbandonano poi sul limite delle acque territoriali, lanciando un segnale di allarme e di soccorso. In questo modo i militari impegnati nel soccorso, si curano parzialmente della nave madre che torna al porto di partenza per preparare una nuova traversata, anche se viene seguita a distanza. Cambiano anche le imbarcazioni, spiega il Procuratore catanese: «Si utilizzano gommoni per il trasporto sui fiumi che non hanno neppure la chiglia fissa e quindi può accadere che lo scafo si capovolga anche durante le operazioni di soccorso senza alcuna responsabilità dei nostri militari».

Questo tipo di imbarcazioni e questa tipologia di criminalità andrebbe affrontata in alto mare con sequestri, perquisizioni, fermi dell’equipaggio andando oltre le legislazioni dei singoli Paesi, ma al momento questo è consentito solo se a 200miglia dalla costa si deduce che il paese di approdo è l’Italia. «Abbiamo intercettato armatori, basisti in Italia e capitani, che si davano indicazioni su come evitare il sequestro», prosegue Savi che avverte della pressione di centinaia di migliaia di migranti sulle coste libiche.  «É una vera emergenza umanitaria – continua – che si collega all’emergenza che anche noi viviamo nel nostro Paese. Prima di essere un problema, questi sbarchi sono un dramma per tutti. L’Europa non può chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Ha il dovere, anche nel suo interesse, di intervenire in paesi come l’Egitto e la Libia dove si concentrano i migranti prima della partenza stipati in centri dove le condizioni di vita sono terrificanti».

A chi accusa che Mare nostrum stia di fatto incrementando gli arrivi, il procuratore risponde: «Le modalità dell’operazione sembrano favorire la criminalità che lucra su questo commercio di vite. Ribadisco la necessita di un intervento generale che assicuri una presenza di controllo nei luoghi di partenza. Noi non possiamo lasciar morire la gente in mare e non sarebbe accettabile da parte di nessuno. Che vergogna sarebbe per l’Italia, se si moltiplicassero i casi del 3 ottobre  e centinaia e centinaia venissero lasciati morire in mare: ci sono limiti a tutto e la nostra umanità non può venir meno in nessuna condizione».

Maddalena Maltese

Fonte: cittanuova.it

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