BERLINO – “L’Italia e’ il ‘rischio principale’ della stabilita’ dell’euro”. Lo scrive il senior economist di Deutsche Bank Marco Stringa in un report, secondo quanto riporta l’agenzia internazionale Bloomberg, notizia passata “inosservata” dalla stampa italiana, come se fosse un fatto da nulla che Deutsche Bank accusi l’Italia di essere la principale minaccia alla tenuta dell’euro.

“La possibile divisione del Pd va monitorata con attenzione – prosegue l’economista di Deutsche Bank – poiche’ una spaccatura del partito avvantaggerebbe gli euroscettici. Inoltre il mercato potrebbe interpretare una scissione del Pd negativamente, facendo aumentare lo spread. Secondo l’analisi, la possibilita’ di uno sviluppo negativo in Italia nel breve e medio termine e’ maggiore di quello di una vittoria del Front National di Marine Le Pen alle presidenziali francesi. Comunque, anche se dovesse vincere la Le Pen, e’ difficile immaginare un risultato che non porti ad un contagio in Italia”.

E oltre alla Deutsche bank, anche le grandi agenzie di rating puntano i fari sul possibile “Italexit”, che però, nel caso di Moody’s non porterebbe per forza il Paese al default.

La settimana scorsa l’agenzia di rating Moody’s ha pubblicato un report dal titolo “Governo italiano: il rischio di uscita dall’euro rimane molto basso, ma le dinamiche politiche non sono prevedibili”. Moody’s ritiene molto bassa la probabilità che l’Italia esca effettivamente dall’euro, ma si noti bene: “non tanto per i sentimenti anti-euro ormai molto diffusi nell’elettorato, quanto piuttosto per la complessità della procedura di uscita dalla moneta unica”.

“L’elettorato italiano è il più euroscettico della zona Euro dopo Cipro – scrive Moody’s -: a dicembre del 2016 la Commissione europea ha pubblicato un’indagine basata su 17.535 interviste nei 19 Paesi membri per capire se l’euro venisse valutato come dannoso o positivo, e in Italia ben il 47% degli intervistati ha risposto di ritenerlo dannoso. Se aggiungiamo che i partiti no-euro, secondo un sondaggio pubblicato il 23 gennaio 2017, raggiungerebbero quasi il 50% (M5s a 29.3%, Lega Nord a 13.6% e Fratelli d’Italia al 3,5%), si vede come anche le prospettive elettorali diano un larghissimo consenso ai partiti che esplicitamente si dichiarano favorevoli all’uscita dall’euro o all’indizione di un referendum sulla permanenza dell’Italia nella moneta unica”.

Per contro, Moody’s ritiene poco probabile l’uscita dell’Italia dall’euro poiché ci sono dei vincoli istituzionali che andrebbero superati. “In particolare, – spiega Moody’s – sarebbero necessari i seguenti passaggi: una maggioranza favorevole al referendum anti-euro in entrambi i rami del Parlamento; una riforma costituzionale ad hoc che autorizzi l’indizione di un referendum consultivo (oggi i referendum sui trattati internazionali non sono ammessi, specifica Moody’s); un referendum che ratifichi la modifica della carta costituzionale e quindi un referendum consultivo sulla permanenza dell’Italia nell’euro”.

“Una procedura complessa, quindi, non impossibile da portare a termine ma comunque piuttosto difficile. Forse, comunque, ancor più che l’analisi, colpisce la conclusione del rapporto di Moody’s: “Euro area withdrawal would be likely, though not certain, to lead to Italy’s default” che tradotto letteralmente significa: l’uscita dall’area euro porterebbe probabilmente – ma non sicuramente – l’Italia al default. Cioè, se l’improbabile serie di eventi sopra descritti avesse luogo, il risultato finale per il nostro Paese potrebbe essere un default, ma anche no. Non è automatico che accada..

Questa è la prima ammissione in assoluto fatta da uno dei principali attori della scena fiannziaria mondiale al riguardo del fatto che l’uscita dell’Italia dall’euro non sarebbe equivalente all’immediata bancarotta del Paese. Che detto da chi – come Moody’s – è uno dei punti di riferimento globali dei mercati, non è davvero poco.

Insomma: secondo Moody’s arrivare all’Italexit è complesso, contorto e rischioso, ma si può fare.

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