Quanti conoscono il libretto pubblicato, una ventina di anni fa, da due commissari politici dell’Esercito popolare cinese ,“Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione”, di certo non hanno difficoltà a riconoscere, nei nuovi scenari bellici mondiali, che Mosca e Washington non sono in una nuova guerra fredda, ma sono in guerra.

Una guerra asimmetrica, secondo i due colonnelli cinesi, una guerra ibrida secondo gli strateghi, un conflitto irregolare condotto tra terrorismo e tecniche terroristiche, tra manipolazione dei media eazioni di pirateria sul web, tra turbative di mercati azionari e diffusione di virus informatici ed altre armi non tradizionali e non convenzionali. Una guerra condotta soprattutto col sangue altrui in teatri indiretti di battaglia, quali l’Ucraina e la Siria. Minacce e provocazioni si alternano in questa guerra senza limiti.

Così l’attuale accumulo di forze Nato sul confine della Russia al di là della nuova cortina di ferro non è visto dalla Russia come un aiuto simbolico agli Stati baltici, ma come una provocazione a cui risponde un membro del Ministero degli Esteri russo in un’intervista, Sergey Karaganov, “I timori in Paesi come la Polonia, la Lituania e la Lettonia che gli Usa intendono dissipare con lo stazionamento delle armi Nato nel loro territorio, per noi sono solo una provocazione. Ma questo non li aiuta. In una crisi, distruggeremo proprio queste armi. La Russia non sarà mai più teatro di combattimenti sul proprio territorio”.

In questo alternarsi di provocazioni e minacce che diffondono l’allarme su entrambi i fronti e nelle comunità, è di venerdì scorso la notizia diffusa dall’agenzia di stampa Ria: il Ministero della Difesa russo sta pianificando il ritorno a Cuba e in Vietnam, dove aveva basi militari in passato. Lo ha dichiarato il vice ministro della Difesa russo, Nikolay Pankov.

In precedenza il vice capo della commissione Affari Esteri del parlamento russo, Aleksey Chepa, aveva dichiarato che la Russia “deve ri-valutare la questione della nostra presenza in altre regioni del mondo. Credo che corrisponderebbe agli interessi russi ripristinare le basi in America Latina, nel Sud-Est asiatico, in Africa che sono state chiuse”. Già da tempo in Russia si parlava di ristabilire la base di intelligence radio-elettronica, l’impianto Sigint, a Lourdes, nei pressi de L’Avana.

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“In condizioni create sulla scena internazionale a causa della pressione degli Stati Uniti e delle sanzioni anti-russe, la cooperazione con la Repubblica di Cuba si svilupperà nella direzione di ripristinare i rapporti che i nostri Paesi hanno avuto fino a metà degli anni ’80”. Con tali parole si esprimeva un membro anziano del Comitato di Sicurezza della Duma.

La base spia Lourdes, aperta nel 1967, è stato il più grande centro di intelligence sovietico al di fuori del Paese. L’impianto, esteso per 73 chilometri quadrati, ha ospitato circa 1.500 dipendenti al culmine della sua attività. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la base è stata ridotta, ma ha continuato il suo funzionamento. Nel 1993, Raul Castro, l’allora ministro della Difesa di Cuba, disse che Mosca aveva ricevuto il 75 per cento di intelligence sull’America attraverso Lourdes.

Tuttavia, dopo il 1992, considerati i costi di mantenimento della struttura aperta, Mosca iniziò a riflettere sulla sua chiusura. Quando nel 2000 gli Stati Uniti posero la chiusura di Lourdes come condizione essenziale per la riprogrammazione del debito russo verso gli Stati Uniti, la decisione fu presa e nel 2001 il centro di intelligence Lourdes interruppe le sue operazioni.

Quanto alla base in Vietnam, il comando della marina russa ha suggerito il rilancio di una base logistica marina per navi da guerra russe nel porto in acque profonde vietnamite in Cam Rahn Bay, già la più grande base sovietica al di fuori del Paese, tenuta in affitto dall’Unione Sovietica dal 1978 al 2004. Nel giugno 2001, il governo vietnamita aveva annunciato che dopo la scadenza del contratto di locazione della Russia, Hanoi “non avrebbe firmato più accordi che prevedessero di utilizzare Cam Ranh Bay per scopi militari”.

Tuttavia, alla fine del 2014, un accordo è stato firmato tra la Russia e il Vietnam, relativo alla creazione di standard di utilizzo di navi da guerra russe nel porto di Cam Ranh. Secondo la procedura semplificata, le navi russe dovrebbero solo dare il preavviso alle autorità vietnamite prima di entrare in Cam Ranh Bay, mentre alle altre marine straniere sarebbe permesso un solo accesso all’anno ai porti vietnamiti. A maggio, l’ambasciatore vietnamita in Russia, Nguyen Thanh, ha dichiarato che il Vietnam non è contro il ritorno della Russia alla base militare di Cam Ranh Bay, ma questa cooperazione non deve essere diretta contro Paesi terzi.

Dobbiamo credere che in questa guerra senza limiti tra Mosca e Washington, i duellanti rischiano lo scontro diretto perché non possono o non vogliono capirsi?

di Cristina Amoroso – Il Faro sul Mondo

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