Quando parliamo dei costi della corruzione nel nostro Paese dobbiamo costantemente far riferimento a dati ufficiosi poiché impossibili da quantificare esattamente. La corruzione infatti trascina con sé costi indiretti che sfuggono al contatore. Per quanto riguarda l’affaire “Mose” è relativamente facile verificare quanto i costi di realizzazione dell’opera si siano gonfiati a causa del giro di tangenti e mazzette che sta venendo alla luce nelle ultime ore. Rimasto dopo 31 anni ancora incompiuto, il Mose doveva rispondere a un’”emergenza” ed è diventato una storia senza fine, un buco nero di corruzione.

Nel 1988, l’allora vicepresidente del Consiglio Gianni De Michelis, prese un impegno: “La scadenza? Resta quella del 1995. Certo, potrebbe esserci un piccolo slittamento…”. Il “piccolo slittamento” c’è stato eccome e sappiamo anche quanto ci è venuto a costare.Il Mose prevedeva un costo iniziale di 1,3 miliardi di euro (attuali, allora c’era ancora la Lira) e adesso ha già sfondato il tetto dei 5 miliardi e si teme che non ne basteranno 6. Secondo quanto scoperto dalla Guardia di Finanza, alla base di questa lievitazione dei prezzi ci sarebbe di tutto e di più: ad esempio il compenso da un milione di euro all’allora presidente Giovanni Mazzacurati a titolo di “una tantum” insieme ai periodici rimborsi spesa (tutti naturalmente privi di giustificazione contabile), case affittate in California, consulenze distribuite ad amici e parenti e la super-liquidazione da 7 milioni di euro (incassata, tra l’altro, dopo il suo arresto).
Tutti soldi pubblici, naturalmente
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Il Mose è solo l’ultimo esempio di grande opera trasformata in ghiotta occasione di corruzione. In Italia ormai si fa fatica a contarle: Expo2015, G8 alla Maddalena e all’Aquila, Mondiali di nuoto, ecc. Eppure nelle nostre carceri i detenuti per reati economici e fiscali sono 156, lo 0,4% del totale. Una percentuale dieci volte più bassa rispetto alla media europea del 4,1%. Il Paese con il maggior numero di “colletti bianchi” in carcere è la Germania, mentre l’Italia ne conta un numero 55 volte inferiore e non è certo un merito.

Fonte: riparteilfuturo.it

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