In un Paese normale un errore burocratico si correggerebbe con un tratto di penna. Ma l’Italia non è un Paese normale.

E così succede che una casalinga riceva da Equitalia una cartella esattoriale diretta ad un’altra persona del valore di oltre 26 milioni di euro e che dopo quattro anni di calvario giudiziario si trovi costretta, pur vincendo la causa, a rimetterci 130mila euro.

Follie giudiziarie. Siamo agli inizi del 2012 e la donna dopo aver ricevuto la mastodontica cartella esattoriale si rivolge a due avvocati, Aldo Egidi e Alberto Lunghi, per presentare ricorso presso la Commissione Tributaria Provinciale di Milano.

È la prassi e deve pure sborsare 1.500 euro di tasse. Insieme all’annullamento della cartella arrivata per un errore di notifica, chiede la condanna dell’Agenzia al pagamento delle spese processuali.

E qui casca l’asino, visto che parliamo di 158mila euro che l’Agenzia risparmierebbe volentieri.

Passano diversi mesi tra rinvii e ritardi, finché l’8 ottobre 2012 la farsa si trasforma in commedia. L’udienza decisiva è fissata per metà mattina.

Gli avvocati della casalinga raccontano di essersi seduti fuori dalla porta in attesa della chiamata del cancelliere per entrare in aula. Aspetta e spera. Qualche ora dopo scoprono infatti che la causa era già stata discussa in presenza del solo legale dell’Agenzia delle Entrate.

Nessuno insomma li aveva avvisati. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

E infatti, sebbene l’Agenzia avesse annullato la cartella ammettendo le proprie colpe, il giudice non l’ha obbligata a farsi carico delle spese processuali, perché gli avvocati della controparte erano rimasti fuori dall’aula.

Ognuno quindi dovrà pagare per sé, con la casalinga costretta a versare di tasca propria i 158mila euro, senza ottenere alcun risarcimento.

Finita qui? Nemmeno per sogno. La donna si appella alla Commissione Tributaria Regionale (altri 500 euro di tasse) chiedendo la condanna dell’Agenzia al risarcimento delle spese di primo grado (158mila euro), oltre a quelle per il secondo grado.

Niente più e niente meno del dovuto. La sentenza anche in questo caso è favorevole: il giudice “accoglie l’appello” e fissa inoltre a 5mila euro le spese “del presente giudizio” in carico all’Agenzia.

E qui sorge la seconda diatriba. L’Agenzia delle Entrate sostiene di dover versare solo i 5mila euro indicati nella sentenza di appello e non anche i 158mila del primo grado. Sembra uno scherzo, ma non lo è.

Parte così un ulteriore ricorso (altri 500 euro di imposte).

Dopo un susseguirsi di e-mail mai arrivate, dichiarazioni riviste e scontri in aula, a febbraio 2016 il giudice riconosce che i 5mila euro si riferivano solo all’appello e obbliga quindi l’Agenzia pure al pagamento delle spese di primo grado. Ma – beffa finale – le quantifica in appena 25mila euro. Perché? Chissà. Eppure le parcelle sono stabilite dalla legge e le tabelle parlano chiaro.

In totale passano quattro anni. Quattro anni di malagiustizia scaturita da un clamoroso errore dell’Agenzia delle Entrate.

La quale ne ha risposto solo in piccola parte (30mila euro totali), risparmiando circa 128mila euro. Soldi che ora dovrà sborsare la povera casalinga (a meno che gli avvocati non decidano di rinunciarvi).

Lei che non avrebbe mai dovuto ricevere quella cartella da 26 milioni di euro.

Fonte: qui

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