Il ministro Calenda stronca la politica delle mance del premier: bisogna puntare su strategie di lungo periodo

puntare sulla competitività e quindi su politiche che non pagano nel breve periodo.

Non sui bonus tipo quello da 80 euro quindi, né sulla riforma delle pensioni. Visti i protagonisti, impossibile pensare a un’autocritica o a un ripensamento di tutto il governo. Semmai quello che è emerso negli ultimi due giorni è che dentro l’esecutivo di Matteo Renzi, è nata una corrente che rinnega le scelte del premier e segretario Pd.

Ieri un affondo felpato, ma di sostanza e pesante, è arrivato dal più renziano dei ministri, il responsabile dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Stile e generazione in linea con lo stile del premier, ma in un’intervista a Repubblica Calenda ha di fatto bocciato due anni di politica economica Pd. «Io penso che investimenti e competitività sono i due pilastri attorno a cui costruire la manovra. Gli stimoli indifferenziati alla domanda non funzionano in un clima di incertezza generalizzata». Occorre «individuare con chiarezza pochi, precisi driver di crescita su cui concentrare le risorse, spiegando in modo trasparente ai cittadini che i frutti si vedranno nel tempo».

Sbagliato, quindi, puntare sulla domanda, dice l’ex manager e uomo dell’Italia a Bruxelles per quale mese. Sbagliato puntare su misure indifferenziate, che spalmano su tanti le poche risorse pubbliche disponibili. Calenda si riferisce al bonus da 80 euro, che è appunto uno stimolo alla domanda dato a una platea ampia.

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Non è solo un giudizio sul passato. La critica di Calenda parte da una domanda sulle pensioni e quindi la bocciatura, più che il bonus in busta paga deciso da Renzi a inizio mandato, riguarda le tante ipotesi allo studio del premier e dei suoi consulenti di Palazzo Chigi. Allargamento della platea degli 80 euro, la no tax area per i pensionati e anche l’uscita flessibile, anche se sarà praticamente a costo zero. L’intervento del ministro, insomma, è da leggere insieme all’intervento del viceministro all’Economia Enrico Zanetti, che ha invitato il governo a mettere la flessibilità in uscita dalla pensione in coda all’agenda del governo.

Giovedì dalle pagine del Giornale l’esponente Pd Cesare Damiano ha minacciato ritorsioni nella maggioranza se il governo depotenzierà l’Ape, anticipo pensionistico promesso dal governo ai sindacati. Ma allo stato, nelle tabelle molto provvisorie della legge di Stabilità c’è una spesa inferiore a 300 milioni di euro.

In sostanza non c’è nulla per l’anticipo della pensione attraverso un prestito. Scompare anche il taglio dell’Irpef, che il governo voleva modificare ricalibrando le due aliquote intermedie.

Al momento resistono proprio le misure pro imprese. I premi di risultato alla produttività, la stabilizzazione della decontribuzione, oppure un’altra proroga. Il superammortamento per gli acquisti di macchinari da parte delle imprese. Un capitolo che per il momento vale 2,5 miliardi di euro. Il grosso della manovra consiste nel disinnescare le clausole di salvaguardia, quindi l’aumento dell’Iva. Sulle coperture, il governo per ora resta sul classico: risparmi sugli acquisti. Pochi milioni di euro, per una manovra che potrebbe valere 30 miliardi di euro.

Fonte: Il Giornale

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