Mentre torna prepotentemente al centro della scena finanziaria e politica il confronto, che poi spesso sembra assumere le connotazioni di un vero e proprio scontro, tra Italia e Commissione europea sui conti pubblici, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si affida alle privatizzazioni. “Bruxelles – ha dichiarato Padoan in una intervista al Tg3 – ci ricorda che l’Italia ha un debito troppo alto e questo lo sappiamo tutti, che avrebbe cominciato a scendere da quest’anno che non lo ha fatto perché purtroppo siamo stati in deflazione nel 2016 e le condizioni di mercato non ci hanno permesso di completare il programma di privatizzazioni. Tale programma quest’anno prenderà di nuovo quota e inoltre ci aspettiamo una crescita più elevata anche dal punto di vista nominale”. In ogni caso, ha sottolineato, “la via maestra per abbattere il debito è la crescita che è la priorità del governo”.

Al centro del confronto-scontro tra il governo guidato da Paolo Gentiloni e la Commissione Ue ci sono 3,4 miliardi di euro. Che l’Europa chiede all’Italia come manovra correttiva ulteriore rispetto a quella che era già statapredisposta dall’ex esecutivo di Matteo Renzi (e poi avallata da quello di Gentiloni). E che Palazzo Chigi punta invece a ridurre il più possibile se non addirittura ad azzerare. L’esito di questo braccio di ferro si scoprirà a breve, ma di certo una delle armi che il governo intende mettere in campo è quella delle privatizzazioni (che poi tecnicamente privatizzazioni non sono perché il Tesoro, nella maggior parte dei casi, cede una partecipazione e non il controllo).

Le due operazioni più attese su questo fronte sono la quotazione in Borsa (Ipo) di una quota della divisione a lunga percorrenza, ossia Frecce e Intercity, delle Ferrovie dello Stato (Fs) e la messa in vendita della partecipazione residua posseduta dal Tesoro nelle Poste Italiane. In quest’ultimo caso,la Borsa continua a dire “no”: se all’inizio di gennaio, con le azioni delle Poste che in Borsa valevano 6,4 euro l’una, lo Stato, vendendo l’ultimo 29,7% in portafoglio, avrebbe potuto incassare quasi 2,5 miliardi, oggi i possibili introiti sono già scesi a 2,3 miliardi. E questo perché il prezzo di Borsa di 6 euro è sempre più lontano dai 6,75 dell’Ipo del 2015. Non ha di certo favorito le quotazioni di Borsa la vicenda, emersa di recente, del collocamento allo sportello postale, quindi presso piccoli risparmiatori,di fondi immobiliari ad alto rischioche alla scadenza hanno sensibilmente ridotto il proprio valore.

loading...

Non si può quindi escludere che il Tesoro sia orientato ad attendere che i prezzi di Piazza Affari tornino almeno ai 6,75 euro del primo collocamento in Borsa del 2015. Ma sarà così? Non è detto, anche perché il listino italiano, a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, è stato protagonista di un recupero che non è scontato si ripeta a breve. “Le privatizzazioni – nota una fonte vicina alla situazione – le fai o non le fai,senza stare a interrogarti troppo su come si muoverà il mercato. In questo caso, mi sembra comunque che ci sia ancora parecchia incertezza strategica”. La stessa incertezza riguarda l’Ipo delle Frecce, divisione che fa capo alle Fs, a loro volta possedute al 100% dal Tesoro.

In occasione della presentazione del nuovo piano industriale delle Fs, lo scorso settembre, l’ad Renato Mazzoncini aveva spiegato che “l’ipotesi di Ipo può riguardare la divisione della lunga percorrenza, ovvero Frecce e Intercity. Stiamo ragionando su una quotazione non inferiore al 30 per cento. Questa divisione oggi ha un fatturato di 2,4 miliardi che può crescere nel piano fino a 3 miliardi, un margine operativo lordo di 700 milioni che può diventare 1 miliardo. L’appeal è molto evidente”, ha aggiunto. Il debito è stato invece quantificato in 1,5 miliardi. Sulla base di questi numeri, alcuni analisti stimanoper la messa in vendita di un 30% da parte del Tesoro introiti tra i 500 milioni e 1 miliardo, più vicini ai 500 milioni.

Tuttavia, il bilancio delle Ferrovienon offre uno spaccato dell’andamento delle Frecce. “Sono favorevole alla quotazione in Borsa della parte di mercato, che quindi non beneficia di sostegni pubblici, del gruppo delle Ferrovie – afferma Ugo Arrigo, docente dell’università Bicocca – ma credo che sarebbe opportuno conoscere i numeri di questa società con un po’ di anticipo e non il giorno prima del collocamento in Borsa. Il gruppo (e di riflesso l’azionista Tesoro, ndr) ha davanti due strade: vendere tutto il vendibile e fin da subito, oppure isolare la divisione delle Frecce, magari attraverso una scissione, mostrare quanto sia redditizia e solo successivamente procedere con la quotazione in Borsa”.

Come sceglierà di muoversi il governo Gentiloni? Se si considera la fretta di fare cassa dettata anche dal confronto con la Commissione europea, si sarebbe portati a propendere per la prima possibilità. Come visto, però, se oggi si dovesse procedere con la vendita dell’ultimo 29,7% nelle Poste e con l’Ipo del 30% delle Frecce, nelle casse statali difficilmente entrerebbero più di 3 miliardi. Una goccia nel mare del debito pubblico, che a fine novembre sfiorava quota 2.230 miliardi di euro.

 

da businessinsider.com

loading...