Questa volta forse ci siamo! Negli ambienti romani circola sempre più insistentemente l’ipotesi che il governo sia pronto ad adottare una patrimoniale da lacrime e sangue per dare la cosiddetta “botta secca” all’entità del debito pubblico in modo da riportare il parametro con il PIL dall’attuale 133% ad almeno 123/125%. D’altronde a Bruxelles, per bocca del Commissario Moscovici, sono stati molto chiari: i conti devono essere subito corretti dello 0,2% (il che significa una manovra aggiuntiva da 3,4 Mld) e l’Italia rischia una procedura d’infrazione se il rapporto sul debito pubblico, che sarà pubblicato il prossimo 22 febbraio, darà esiti (com’è probabile) negativi.

Quindi la necessità di mettere le mani sul debito prendendo il “toro per le corna” e non con i soliti piani di dismissioni di patrimonio pubblico che hanno avuto per effetto nel passato solamente l’aver depauperato le partecipazioni statali e peggiorato i servizi offerti ai cittadini, con l’ulteriore beffa di aver rinunciato a degli ottimi rendimenti rispetto al costo del debito che si andava temporaneamente ad estinguere.

C’è poi la questione di tenere buoni i nostri cari amici tedeschi perché anche loro sono ormai in campagna elettorale e la partita si gioca come sempre sulla convinzione/presunzione che sul cittadino tedesco gravi tutto il peso dell’Europa e gli altri paesi (con in testa naturalmente l’Italia) capaci solamente nel godere e sperperare a danno della Germania! Sarebbe stato molto interessante conoscere tutta la conversazione intercorsa fra la Merkel e Draghi lo scorso 9 febbraio a Berlino, perché magari già saremmo in condizione di ipotizzare i contenuti della prossima letterina indirizzata al governo italiano e imbucata da Francoforte!

Per ritornare allo specifico della patrimoniale in avanzato stato di studio, a essere colpite dovrebbero essere tutte le attività finanziarie dei residenti, cioè da soggetti fiscali italiani, ad iniziare dai conti correnti, titoli, fondi, ecc. Addirittura le voci dei soliti ben informati vanno oltre, specificando che nelle stanze del dicastero dell’Economia ci siano due versioni: una “soft” ed una “hard” rispettivamente con una aliquota tout court del 5% e dell’8%, seppur con una soglia minima di esenzione che salvaguardi gli attivi più modesti.
Ipotizziamo velocemente qualche numero: nei conti correnti ci sono circa 870 Mld, il valore dei Fondi comuni complessivamente è di 290 Mld, la Banche detengono il 26,14% dell’intero debito pubblico italiano e le assicurazioni e i fondi pensione il 17,52%. Poi ci sono i titoli pubblici direttamente detenuti (non per mezzo di Fondi) dai residenti.
Lira più lira meno, con un prelievo del 5%, significherebbero prelievi forzosi da 90/100 Mld e con l’8% da 150 Mld.
Ma i problemi che incontrerebbe il provvedimento sarebbero enormi sia in termini politici che tecnici.
Infatti l’ostacolo maggiore è che l’attuale governo non vorrebbe passare alla Storia come quello che ha “rapinato” gli italiani con logici e intuitivi risvolti negativi nei confronti della “popolarità” del PD specialmente in prossimità di elezioni (Amato ancora è ricordato dal 1992 per un “misero” 0,6 per cento solo sui C/C!). Problema comunque che potrebbe essere risolto con una “staffetta” in cui Gentiloni si sfilerebbe per dar posto a un tecnico che traghetti il Paese alle elezioni e che, svincolato da consensi elettorali, possa mettere le mani dove vuole pur di accontentare l’Europa ed evitare il commissariamento definitivo con il via libero alle volontà della Troika.

Ma se questi timori in seno al PD sono da una parte molto sentiti specialmente in questo momento, i tecnici di via XX Settembre sono molto più preoccupati per i risvolti “tecnici”. In primis, mentre un prelievo forzoso sui conti correnti sarebbe un gioco da ragazzi, sulle altre attività finanziarie come obbligazioni, quote fondi, ecc. potrebbero esserci non poche problematiche tecniche con la conseguenza di creare pericolosi caos sui mercati. In secondo luogo, ma non certo di minore importanza, ci sarebbero da considerare gli effetti del moltiplicatore fiscale su una patrimoniale di tale entità. Tutto il vantaggio dell’abbattimento del debito in termini di parametro con il PIL potrebbe essere vanificato in poco tempo in quanto lo stesso PIL subirebbe un “tracollo” tale da riportare il rapporto debito/PIL a valori superiori a quelli pre-patrimoniale. Senza poi tener conto degli effetti devastanti sui conti già comatosi di molte banche in bilico e sulla propensione al consumo delle famiglie. Lo abbiamo visto in Grecia cosa è successo per la sottostima del FMI degli effetti del moltiplicatore fiscale!
Ma a nostro avviso il timore maggiore di Palazzo Chigi, che potrebbe frenare l’attuazione di una patrimoniale così articolata, è la convinzione che nel paese si radicherebbe ancora di più il sentimento anti Europa e anti euro in un momento così decisivo per le sorti dell’Unione e che potrebbe addirittura sfociare in scioperi fiscali totali e sommosse di piazza.

Antonio M. Rinaldi

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