Ormai siamo abituati a sentire, da ogni singola fazione politica, che l’austerità è dannosa, che bisogna voltare pagina, che bisogna puntare sulla crescita.

Ora, una premessa e tre semplici considerazioni.

Premessa: la maggioranza delle persone non sa nemmeno spiegare cosa comporti l’austerità. Volere l’austerità vuol dire volere la disciplina di bilancio, vuol dire tagliare la spesa pubblica, vuol dire alzare le tasse, vuol dire togliere liquidità al settore privato.
Non volere l’austerità, pertanto, vuol dire abbassare le tasse, aumentare la spesa, aumentare la liquidità nel settore privato. In altre parole, abbandonare l’austerità vuol dire fare deficit di bilancio.
Se però chiedi a chi condanna l’austerità se voglia perciò attuare dei deficit pubblici, ti viene risposto negativamente, perché altrimenti “il debito sale, i nostri figli dovranno pagare, bla, bla bla…”. Un po’ come dire che voglio spegnere un incendio senza soffocare le fiamme.

1) C’è chi da anni e anni dice che l’austerità è dannosa. Nel 2011 erano i populisti. Oggi lo dicono TUTTI.

2) Se è così dannosa, perché avete sostenuto Monti e Letta?

3) Se è così pericolosa, perché ancora oggi la attuiamo? Perché ci preoccupiamo del livello del deficit?

Sono domande talmente ovvie che non bisognerebbe nemmeno porle.
Allora, sostanzialmente, se usiamo il termine “austerità” per definire in generale negative condizioni di vita e di lavoro imposte da entità come lo Stato o l’Unione Europea, possiamo dire che l’austerità deriva da tre fattori:

-I trattati europei (Fiscal Compact su tutti).
-La religione delle esportazioni.
-L’Euro.

Il primo fattore è quello più ovvio, tant’è che oggi ogni schieramento politico critica più o meno apertamente questa scelta. Parliamo del famigerato Fiscal Compact.
Una delle cose che tale trattato impone è il raggiungimento del Pareggio di Bilancio, che noi abbiamo diligentemete messo all’interno della Costituzione. Il Pareggio di Bilancio rappresenta la forma più evidente di austerità. Vuol dire che il bilancio pubblico deve essere in pareggio (o ancora meglio in surplus), cioè che la spesa pubblica sia uguale alle tasse.
Come posso attuarlo? Ovvio.
O riduco la spesa e mantengo le tasse allo stesso livello, diminuendo la liquidità nel settore privato.
O aumento le tasse e mantengo la spesa allo stesso livello, diminuendo la liquidità nel settore privato.
O faccio le due cose contemporaneamente, diminuendo la liquidità nel settore privato.
Questa è l’austerità. Non la volete? Strappate questo abominio di trattati.

Il secondo fattore riguarda le esportazioni.
Come abbiamo già avuto modo di spiegare in post precedenti, noi siamo molto critici nei confronti di questo sistema in cui bisogna necessariamente affidarsi alle esportazioni e sfruttarle come fonte primaria di liquidità. Anche questo, ovviamente, riguarda l’Euro e l’Unione Europea. Se il ruolo dello stato in qualità di “finanziatore di prima istanza” (cit. Paolo Barnard) è eliminato, l’unica vera potenziale fonte di liquidità è il settore estero.
Il problema è che basare un intero sistema socio-economico sulle esportazioni in un sistema globalizzato comporta necessariamente una competizione sfrenata con altri sistemi in cui i lavoratori hanno meno diritti e in cui, al contrario, lo stato esiste eccome.
Inoltre, anche se dobbiamo necessariamente affidarci alle esportazioni, viviamo in un sistema, quello europeo, in cui un rigidissimo sistema a cambi fissi come l’Euro avvantaggia costantemente il nostro principale competitor, cioè la Germania. L’Euro è una moneta sottovalutata per la Germania, e bloccare la naturale fluttuazione delle monete di Paesi strutturalmente diversi significa avvantaggiare il Paese con l’inflazione più bassa, rendendo il tasso di cambio reale più conveniente, in questo caso, per i prodotti tedeschi.
Perciò, eliminata la svalutazione monetaria e scomparsi gli invesimenti a causa dell’incertezza, ecco che l’unico modo per competere diventa quello di agire sui costi di produzione, cioè, quasi sempre, sui salari.
Volendo possiamo considerare anche questo come “austerità”. Non la volete? Ricostruite il mercato interno e smettetela di fondare il sistema economico sulle esportazioni e sulla dipendenza dalla domanda estera.

Il terzo fattore, infine, è proprio l’Euro.
Il ragionamento è simile a quello fatto riguardo il FIscal Compact. Quel trattato ha semplicemente confermato ciò che già è imposto dalla moneta unica.
Un Paese sovrano moderno non ha nessun soggetto al di sopra dello Stato nella gestione della sua moneta. La moneta è un bene artificiale, finanziario, illimitato, ed è lo Stato a decidere tutto riguardo ad essa. E lo Stato, che non è un soggetto privato, non ha altro interesse se non quello pubblico. Perciò, uno Stato sovrano moderno, non ha limiti di spesa.
Nell’Eurozona, invece, questo non avviene. Gli stati hanno perso il controllo monetario e fiscale, in quanto l’Euro è una moneta di proprietà di nessuno.
La BCE emette denaro, che poi viene messo nei grandi mercati dei capitali privati, nelle grandi banche private europee, le quali poi lo PRESTANO agli stati.
Con quel denaro, poi, lo stato dovrà fare spesa pubblica e tassare.
Ma qual è la differenza tra i due tipi di stato?
Nel primo è lo Stato in cima alla piramide, e dovendo perseguire l’interesse pubblico esso può attuare e mantenere deficit di bilancio quando necessario. Lo Stato sovrano non ha suoi interessi, e può perciò essere “in perdita” con se stesso, se questo è utile all’interesse pubblico.
Uno Stato dell’eurozona, invece, deve rispondere a qualcuno più in alto di lui, un PRIVATO, che perciò ha i suoi interessi, e che quindi, non essendo un benefattore, vorrà indietro i suoi soldi con gli interessi.
Lo Stato dell’Eurozona, pertanto, NON PUO’ attuare e mantenere deficit di bilancio senza conseguenze. Ergo, lo Stato dell’eurozona, anche se non considerassimo i trattati, è “gentilmente invitato” ad attuare la disciplina di bilancio, ovvero l’austerità, perché, e questa volta è vero, non può spendere soldi che non sono suoi.

Questa è l’austerità che oggi tutti condannate.
Non la volete?
Strappate i trattati, ricostruite il mercato interno e recuperate la moneta sovrana.
Il resto è fuffa.

Luca Tibaldi – Scenarieconomici

loading...