Il califfato ha sottratto allo Stato iracheno 120 miliardi di dollari. A vantaggio di Iran e sauditi.

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C’è un nuovo petrostato nel cuore del Medioriente. È l’Isis, che sta disgregando i territori dell’Iraq e della Siria. La milizia di estremisti sunniti ha conquistato gran parte del nord dell’Iraq e della Siria orientale e si serve del business del petrolio per edificare il Califfato islamico. Un potere non statuale, transnazionale ed economicamente autosufficiente. Secondo il Dipartimento di Stato, prima della presa di Mosul, i miliziani rastrellavano 12 milioni di dollari in un mese grazie ad attività illegali. Gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi hanno messo le mani su parte delle risorse agricole e idriche irachene, si finanziano con estorsioni e rapine ma è il contrabbando di oro nero a farne una potenza economica.
L’Isis riesce a commercializzare greggio sul mercato nero attraverso confini nazionali che non esistono più e a fare quello che , usualmente, fanno gli Stati. Pagare gli stipendi, amministrare intere città, garantire, garantire le forniture elettriche. L’Isis «sta passando dall’essere l’organizzazione terroristica più ricca del mondo a essere lo Stato più povero del mondo», ha detto a Foreign Policy Michael Knights, esperto di Medioriente del Washington Institute for Near East Policy. «Senza il petrolio, l’Isis sarebbe come i palestinesi».

Linkiesta.it

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