Il 1 maggio 2004 è una data storica per l’Europa Orientale. Quel giorno infatti, entrando in vigore il Trattato di Atene firmato l’anno prima, veniva sancito l’ingresso nell’Unione Europea di Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia. Tre anni più tardi si sarebbero aggiunte anche Bulgaria e Romania. L’allargamento del 2004 non ha solo rappresentato la riunificazione dell’Europa dopo la Guerra Fredda, ma anche un’incredibile opportunità per i nuovi Paesi membri di accedere al più ricco mercato del mondo, nonché alle risorse dei Fondi Strutturali.

I primi anni dopo l’allargamento sono stati estremamente positivi per le economie dell’Est. Sebbene in misura diversa, tutti i Paesi hanno beneficiato delle risorse europee, sapendo sfruttarle per un ammodernamento delle proprie infrastrutture e dei propri processi produttivi. Si pensi come il Prodotto Interno Lordo dell’area sia cresciuto mediamente di circa il 5% annuo, con investimenti diretti dall’estero che sfioravano i 40 miliardi di dollari [1]. Questo ha permesso ai Paesi centro-orientali non solo di porsi tra le economie emergenti degli anni 2000, subito dietro Cina e India, ma anche di ridurre significativamente il divario con l’Europa occidentale.

La crisi economica ha certamente rallentato questo processo di avvicinamento tra le due macro-aree europee: gli investimenti sono calati, la crescita si e’ arrestata, la disoccupazione è aumentata. Solamente un Paese ha mantenuto un livello di crescita economica elevato persino negli anni più duri della crisi: la Polonia.

Nell’annus horribilis 2009, la Polonia è stata l’unico Paese a incrementare il proprio PIL (+1,6%), ripetendosi nel biennio 2010-11 con un incremento intorno al 4% e rallentando solo nel 2012 (+2,0%) e 2013 (+1,6%). Le stime del FMI, tra l’altro, indicano che nel prossimo triennio la crescita dell’economia polacca dovrebbe tornare a stabilizzarsi intorno al 3% [2]. Le cause di queste performance sono varie, ma se ne possono citare le principali: un ancora basso grado di apertura economica, una certa flessibilità del mercato interno, attribuibili a caratteristiche strutturali dell’economia polacca [3], una straordinaria capacità di attrazione di investimenti dall’estero, la realizzazione di efficaci riforme da parte del Governo centrale e un buon utilizzo dei fondi europei. Per quanto riguarda la Politica di Coesione Europea, per esempio, la Polonia ne è stata il maggior beneficiario nel periodo 2007-2013, ricevendo 67.3 miliardi di euro e continuerà a mantenere la stessa posizione nel periodo di programmazione 2014-2020 [4].

Fonte: Trading Economics
Fonte: Trading Economics

I ruoli chiave di outsourcing e offshoring

Impiego nel settore BPO-SCC - Fonte: PMR/Dis, 2009
Impiego nel settore BPO-SCC – Fonte: PMR/Dis, 2009

Un elemento interessante che ha contribuito non solo allo sviluppo economico del Paese, ma anche ad una sua crescente internazionalizzazione, riguarda i processi di outsourcing e offshoring [5] che hanno toccato alcune regioni.

E’ stimato che vi siano all’incirca 500 centri di outourcing/offshoring in Europa Orientale e la Polonia, con ben 337 centri è considerata il Paese con maggiore sviluppo nei prossimi anni. Secondo i dati di una società di consulenza, la KPMG, la Polonia si classifica terza per shared services centers e business process outsourcing nel mondo, dietro solamente a India e Cina [6]. L’importanza polacca nelle strategie di outsourcing e’ evidente anche dalla lista delle 100 città più importanti in questo settore [7]. Sebbene l’India occupi ben 13 posizioni (con in cima Bangalore) e la Cina 8, la Polonia con 3 città, Cracovia (10°), Varsavia (36°) e Wrocław (75°) è il Paese più rappresentato per l’Europa. Sebbene la presenza di centri di outsourcing sia rilevante anche in altri Paesi dell’Europa Orientale, si riscontrano dei problemi che ostacolano o rallentano uno sviluppo di questo settore paragonabile a quello della Polonia. Per esempio in Romania e Bulgaria la corruzione rappresenta un grosso limite per gli investimenti dall’estero, così come, in Ungheria, la svolta autoritaria del Primo Ministro Viktor Orbán e l’aumento della tassazione.

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I punti di forza del Paese sono essenzialmente tre: bassi salari, una forza lavoro altamente qualificata e una situazione politica stabile. Per quanto riguarda le retribuzioni, queste si attestano mediamente sui 1000 euro lordi al mese, anche se si registrano notevoli differenze tra est e ovest del Paese, con salari più alti nei centri economici più importanti, come Varsavia, Cracovia, dove anche il costo della vita è però più alto. In secondo luogo, la Polonia offre una forza lavoro giovane ed altamente qualificata. I 450 istituti universitari del Paese sfornano oltre 400 mila laureati all’anno, con eccellenze nelle materie tecnico-scientifiche ed economiche. Inoltre, all’incirca il 45% dei polacchi parla almeno una lingua straniera, con inglese, russo e tedesco ai primi posti. Non e’ un caso che nei 337 Business services centers attualmente operativi in Polonia, siano impiegati più di 100 addetti, con 29 anni di età media, che parlano mediamente 2.4 lingue. Il 65% di questa forza lavoro è rappresentato da donne, ben il 95% ha un Master [8]. Per quanto concerne, infine, la stabilità politica, dal 2007 la Polonia è governata dal partito di centro Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska), guidato dal Primo Ministro Donald Tusk. L’azione del governo ha combinato una politica stabile volta a favorire l’economia di mercato, con minime ingerenze da parte dello Stato, e un’azione filo-europeista e atlantista a livello internazionale.

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L’emigrazione verso la Polonia: il caso italiano

Questa situazione ha portato, da un lato, ricchezza e ammodernamento delle infrastrutture, nonché un incremento della domanda interna e una crescita del peso internazionale della Polonia. Dall’altro, ha reso il Paese un centro di attrazione per lavoratori qualificati provenienti da ogni angolo d’Europa che, spinti anche dalla crisi, hanno deciso di lasciare i loro Paesi e cercare lavoro in terra polacca.

Guardando all’Italia, per molti anni destinazione di numerosi polacchi, dal 2005 si osserva un’inversione di tendenza tra immigrazione ed emigrazione verso la Polonia. I motivi dell’emigrazione degli italiani sono molteplici: al primo posto la crisi economica, ma anche gli affetti o semplicemente la curiosità per un Paese diverso ma culturalmente non così distante. Sono circa 3000 gli Italiani iscritti all’Anagrafe dei Residenti all’Estero (AIRE), ma si stima che vi siano attualmente all’incirca 13000 italiani distribuiti soprattutto tra tre poli: un migliaio a Wrocław, circa tremila nell’area di Katowice/Cracovia e 4-5000 a Varsavia. I 2/3 lavorano in multinazionali, mentre 1/3 e’ collocato in ristoranti e pizzerie o presso piccole aziende italiane [9].

Quali sfide per il futuro?

Il futuro resta incerto per l’Europa, così come per la Polonia. Il rilancio dell’economia polacca dipende dalla capacità che il Paese saprà avere di continuare ad attrarre investimenti dall’estero. Per questo è necessario un massiccio e continuativo investimento in infrastrutture, come pure una maggior attenzione alle regioni orientali, che ancora non hanno beneficiato pienamente dello sviluppo economico degli ultimi anni.

Sullo sfondo, resta da definire il “se” e il “quando” dell’adesione all’euro. Dieci anni fa i Polacchi avevano aderito entusiasticamente all’Unione Europea: il referendum per l’adesione aveva registrato ben il 78% dei voti favorevoli. La crisi economica e forse soprattutto la crisi stessa dell’euro, hanno cambiato la percezione sull’Unione e oggi alcuni sondaggi indicano come oltre il 60% dei cittadini siano contrari alla moneta unica. Il governo Tusk ha già parlato di un possibile referendum da tenersi nei prossimi anni in data non meglio precisata, per lasciare ai polacchi la piena decisione sull’adesione alla moneta unica.

Il bilancio a dieci anni dall’ingresso della Polonia nell’UE è più che positivo: la crescita ha trasformato le città polacche, che sono diventate poli di interesse internazionale,  e ha reso il Paese uno dei motori economici europei. La classe dirigente polacca si è mossa bene, sfruttando le opportunità a disposizione per favorire lo sviluppo e cambiare l’immagine del Paese, coronando un decennio di crescita con il successo organizzativo dei Campionati Europei di Calcio nel 2012. L’immagine dei plombeurs polacchi che avrebbero invaso l’Europa grazie alla libera circolazione dei servizi appare ormai sbiadita e seppure restino interrogativi sul presente e ombre sul futuro, pare chiaro che la Polonia sia destinata a divenire una stabile potenza economica e politica in seno all’Unione Europea.

* Alberico Iusso è Dottore in Studi Europei (Università di Torino)

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