Tutto nasce da un atavico «patto infame»: «io» (Stato) ti pago poco, ma consento a «te» (dipendente pubblico) di prendertela comoda. Una sorta di perniciosa compensazione tra il senso di colpa economico del datore di lavoro e l’infingardaggine etica dei miracolati del posto fisso. Un accordo incofessabile tra le due controparti, felici (forse rassegnate) a ratificare un andazzo che ha come unica vittima il cittadino.

Condannato a trovare (se e quando lo trova) un impiegato dietro uno sportello o una scrivania che ti tratta con sufficienza e arroganza. Come a dire: con quello che è il mio stipendio, è già tanto che stia qui ad ascoltarti. E infatti in molti preferiscono timbrare e andare a fare i propri comodi. È l’esercito dei cosiddetti furbetti del cartellino attorno ai quali si scatena, ciclicamente, l’indignazione generale.

Vedere un tizio (magari in mutande) che striscia il badge e se ne torna a casa a dormire o una tizia che timbra e subito dopo si dedica allo shopping indigna tutti. Il popolo reclama provvedimenti esemplari e il politico di turno cavalca con strumentale opportunismo il furore popolare, promettendo ciò che non può – o non sa – mantenere.

A cominciare dal fatidico «licenziamento in tronco» del fannullone di turno. Il recente decreto Renzi-Madia si inserisce perfettamente in tale strategia, mutuando (peggiorandole) una serie di norme pseudo-draconiane già ipotizzate in passato dall’ex ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta.

Durante il governo Berlusconi, i tentativi di Brunetta di razionalizzare e rendere più rigorosi i controlli nel pubblico impiego furono aspramente criticati da Renzi che allora faceva il sindaco di Firenze. Fu proprio in quella veste che Matteo bollò la riforma di Renato come «il frutto più deleterio della demagogia». Salvo ora, da premier, copiare (malamente) gran parte dell’impianto normativo «brunettiano».

Oggi il capogruppo alla Camera di Forza Italia ha però gioco facile nello smascherare il bluff della ditta Renzi&Madia: «La loro legge è un imbroglio. La Madia che rivendica l’efficacia dei filmati che incastrano i furbetti del cartellino sono la dimostrazione della sua incompetenza. La videosorveglianza dei dipendenti non può essere infatti disposta dai datori di lavoro (misura che risulterebbe palesemente anticostituzionale ndr), ma solo dalla magistratura nell’ambito di inchieste giudiziarie».

Ma, su questo tema, le incongruenze di Renzi non finiscono qui. Tornando ancora ai tempi in cui era primo cittadino di Firenze, l’attuale presidente del Consiglio si lanciò in una intemerata contro i «suoi» troppi fannulloni comunali:

«Quando si mettono in fila per uscire già un quarto d’ora prima dell’orario di fine turno, mi ricordano la scena di Fantozzi che con i suoi colleghi si muove al rallentatore prima dello scoccare dell’ora X». Dare del «Fantozzi» a travet di Palazzo Vecchio? Apriti cielo. Gli impiegati si offesero, pretendendo (e ottenendole) le pubbliche scuse del sindaco Renzi.

Forse ha ragione il giurista Luca Benci quando scrive che «in passato come in questi giorni il problema del pubblico impiego sembra essere solo la lotta ai furbetti del cartellino diventata vera e propria arma di distrazione di massa rispetto a provvedimenti che non si prendono o che vanno in una direzione contraria al cosiddetto efficientamento dei servizi pubblici».

Intanto il «patto infame» rimane sempre operativo. Col «buon esempio» del parassitario esercito dei superpagati (a spese degli italiani) fannulloni della politica.

Fonte: Qui

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