La situazione nella Striscia di Gaza è sotto gli occhi di tutti. In risposta al lancio indiscriminato di razzi da parte di gruppi armati palestinesi – che alcune agenzie di stampa attribuiscono ad Hamas che ne ha rivendicati alcuni – Israele ha risposto con raid aerei il cui bilancio è, finora, di 81 morti e 575 feriti di cui la metà sono donne e bambini. Israele intende proseguire nell’offensiva denominata “Barriera protettiva”, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “la tregua con Hamas non è in agenda” e l’esercito ha dato disposizioni ai carri armati di posizionarsi lungo il confine con la Striscia di Gaza.

Il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, ha dichiarato che “Gaza è sul filo del rasoio” aggiungendo che “la situazione sempre più grave sta diventando una spirale che va verso il basso e potrebbe rapidamente sfuggire al controllo di chiunque”.

Anche il ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, ha rilasciato una breve dichiarazione (non ne ho trovate altre) nella quale ha espresso “grande preoccupazione” per l’aggravarsi della situazione in Israele e nella Striscia di Gaza. “I ripetuti lanci di razzi verso Israele sono da condannare con fermezza e tutti gli attacchi sulle aree civili devono essere fermati subito” – ha dichiarato il ministro. “Bisogna evitare che si inneschi una spirale irreversibile, che rischia per di più di destabilizzare ulteriormente una regione già attraversata da troppi conflitti” – ha proseguito nell’esprimere il suo “gran dolore” anche per la morte di diversi civili tra cui alcuni bambini a Gaza: “Ora è indispensabile proteggere i civili, riportare la calma e riprendere il filo del processo di pace”.

Parole lodevoli ma non bastano. Perché l’Italia non è (e non può considerarsi) – per dirla in termini sportivi – un “arbitro imparziale” e nemmeno “fuori dai giochi”. E soprattutto perché può (e dovrebbe) fare di più, molto di più, in questo momento in cui ha l’incarico di presiedere il Consiglio dell’Unione europea.

L’Italia non è un “arbitro imparziale”. Dal maggio 2005 – durante il governo Berlusconi III – ha infatti ratificato un “Accordo generale di cooperazione tra Italia e Israele nel settore militare e della difesa” (qui in .pdf con qualche commento; qui il testo della Legge 17 maggio 2005, n. 94 di ratifica). Come altri accordi simili, anche quello con lo Stato di Israele definisce la cornice della cooperazione militare in diversi aspetti (misure per favorire gli scambi nella produzione di armi, trasferimento di tecnologie per la produzione di armamenti, formazione ed addestramento, manovre militari congiunte e “peacekeeping”), ma l’intento principale è quello di facilitare la collaborazione dell’industria per la difesa italiana con quella israeliana.

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L’Italia non è nemmeno “fuori dai giochi”. All’accordo sopraccitato ne ha fatto seguito un altro ben più consistente e che ha radicalmente cambiato la prudenziale (e restrittiva) politica dell’esportazione di sistemi militari verso Israele. Si tratta dell’accordo firmato il 19 luglio 2012 – durante il governo Monti – “per la fornitura ad Israele di velivoli M346 per l’addestramento al volo e dei relativi sistemi operativi di controllo del volo, ed all’Italia di un sistema satellitare ottico ad alta risoluzione per l’osservazione della Terra (OPTSAT -3000) e di sottosistemi di comunicazione con standard NATO per alcuni velivoli dell’AMI”. Ho ripetutamente spiegato e commentato i termini di questo accordo che ha visto impegnato in prima persona l’ex premier Monti e che lo ha definito un “salto di qualità”. Salto di qualità mai discusso (né approvato) in Parlamento non solo per i termini del contratto (che favoriscono i profitti privati di Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica, a scapito di spese pubbliche) ma soprattutto per le rilevanti implicazioni sulla politica mediorientale del nostro paese.

Cosa può (e dovrebbe) fare il governo italiano? Se il governo Renzi intende essere credibile mentre dichiara di “condannare con fermezza e tutti gli attacchi sulle aree civili” può dare un segnale forte e chiaro: sospendere immediatamente l’invio di armi e di sistemi militari a tutte le parti e nello specifico Israele e può promuovere una simile misura presso l’Unione europea.

Si tratterebbe di una misura che può essere apprezzata perché oggi l’Italia è il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele: si tratta di oltre 470 milioni di euro di autorizzazioni per l’esportazione di sistemi militari rilasciate nel 2012 (dati del Rapporto UE) ed oltre 21 milioni di dollari di  “armi leggere” esportate nel quinquennio dal 2008 al 2012 (dati Comtrade). Dati che certificano che l’Italia non è un fornitore secondario di armi a Israele: proprio per questo è necessario che il nostro paese per primo sospenda l’invio di armi destinate alle forze amate israeliane (e ovviamente anche alle autorità palestinesi, ma a quelle – almeno ufficialmente – non le sta inviando).

Non va inoltre dimenticato che gli aerei addestratori M-346 sono facilmente armabili: non è chiaro se quelli inviati a Israele siano già predisposti per essere armati e qualche parlamentare potrebbe chiedere spiegazioni e di visionare i documenti. Di fatto servono proprio per addestrare i piloti dell’aeronautica israeliana, quelli cioè che compiono i raid aerei su Gaza. Proprio ieri – col beneplacito del governo italiano e nel bel mezzo dei raid aerei su Gaza – Alenia Aermacchi ne ha consegnati due, giusto in tempo per cominciare a far addestrare i piloti. Ecco questo il governo Renzi e il ministro Mogherini potevano evitarlo se davvero vogliono risultare credibili.

Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di promuove “un embargo di armi verso Israele, Hamas e tutti i gruppi armati palestinesi presenti nella Striscia di Gaza”. Restiamo in attesa della risposta del governo italiano.

Giorgio Beretta

Per i più curiosi (e i soliti scettici) ecco l’Elenco dei valori delle autorizzazioni (licences) all’esportazione di sistemi militari rilasciate dai paesi dell’Unione Europea negli ultimi cinque anni (in euro correnti). La fonte è la Relazione ufficiale dell’UE (alcune le trovate partendo da questo articolo)

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