Mentre s’inizia seriamente a valutare gli effettivi costi e benefici dell’aggregazione europea, non solo dal punto di vista del mercato unico ma soprattutto di quello monetario, vale la pena tornare indietro di 26 anni, precisamente al 1988, quando la Commissione presentò il 27 e 28 giugno a Hannover il “Rapporto Delors“, così come passerà alla Storia, redatto a conclusione dei lavori del “Comitato per lo studio dell’unione economica e monetaria delle Comunità europee”, con relatori Gunter D. Baer e Tommaso Padoa-Schioppa.

A svolgere una parte cruciale e determinante nel ruolino di marcia, in tutta la vicenda che ci ha portato alla moneta unica, fu chiamato un italiano ai più sconosciuto, un economista perugino “emigrato” a Bruxelles molti anni prima, Paolo Cecchini, approdato alla Commissione Europea nella “quota” italiana. Cecchini era stato assunto direttamente dalla Commissione come economista riuscendo, per le sue indubbie capacità, a fare una brillante carriera fino a raggiungere, nell’anno delle sue dimissioni avvenute nel 1986, la carica di direttore aggiunto per il mercato interno e gli affari industriali.

L’economista italiano fu incaricato proprio nell’86, in qualità ormai di consulente, direttamente dal Presidente della Commissione Europea Jacques Delors, di redigere un dettagliato rapporto tecnico finalizzato all’individuazione dei costi che i paesi erano costretti a sopportare ancora per la mancata integrazione con gli altri stati europei. Ne scaturì, dopo quasi due anni di lavoro, un rapporto dal nome “1992: La sfida Europea”, più comunemente chiamato “Rapporto Cecchini”, sui vantaggi del mercato unico europeo, inserito a base scientifica nel citato “Rapporto Delors”.

La Commissione aveva affidato al gruppo di lavoro guidato da Cecchini, uno studio comparato sui vantaggi che si sarebbero ottenuti a seguito della liberalizzazione dei mercati e sui benefici persi dalla “non-Europa” a causa del persistere delle barriere alla libera circolazione intracomunitaria dei fattori produttivi.

Essenzialmente il rapporto dimostrò che la costruzione di un mercato unico europeo, ponendosi quale limite temporale il 1992, avrebbe consentito un aumento medio del prodotto interno lordo del 4,5%, una diminuzione dei prezzi del 6% e la creazione di due milioni di nuovi posti di lavoro. Questi vantaggi sarebbero stati ulteriormente incrementati se si fossero adottate misure di politica economica in grado di sfruttare pienamente il nuovo potenziale di sviluppo offerto dal mercato unico europeo; in questo caso il prodotto interno lordo sarebbe potuto aumentare fino al 7% e l’occupazione crescere fino a cinque milioni di nuovi posti di lavoro (ricordiamo che allora l’area europea era più circoscritta dell’attuale e essenzialmente comprendeva 12 degli attuali 28 paesi).

Il rapporto evidenziava anche come la non realizzazione del mercato unico sarebbe continuata a costare centinaia di migliaia di miliardi di lire ai cittadini europei sotto forma di spese superflue e di occasioni mancate.

Inoltre individuava anche costi elevati sopportati a causa dei controlli doganali che frammentavano l’economia europea in dodici mercati nazionali che, se rimossi, avrebbero prodotto maggiore sviluppo economico, la creazione di nuovi posti di lavoro, possibilità per le imprese di migliorare la produttività e la redditività, maggiore mobilità dei fattori produttivi, stabilità dei prezzi e una maggiore libertà di scelta per il consumatore.

Cecchini non mancava di entrare in particolari, come ad esempio il costo diretto delle formalità doganali ed i costi amministrativi da esse derivanti, per il settore pubblico e privato, valutato in circa l’1,8% del valore dei beni commercializzati nella Comunità a cui si dovevano aggiungere i costi sopportati dall’industria per effetto di altre barriere, come quella per la mancata armonizzazione delle regolamentazioni tecniche, valutabili nell’ordine del 2% dei costi industriali complessivi. In totale questi costi, che segmentavano il mercato europeo, erano pari a circa il 3,5% del valore aggiunto industriale comunitario.

Ancora più evidenti sarebbero stati i vantaggi garantiti dall’unificazione del mercato europeo per i cittadini europei come per le imprese nel settore dei servizi sottoposte a regolamentazioni, che ne limitavano il raggio d’azione alla dimensione nazionale. Queste avrebbero potuto beneficiare di maggiori riduzioni percentuali dei costi e dei prezzi, come nel caso delle imprese operanti per soddisfare la domanda pubblica nella produzione dell’energia elettrica, nei trasporti, nel settore dei servizi, ecc.; senza dimenticare le imprese finanziarie, che si sarebbero avvantaggiate finalmente attraverso dimensioni più ampie per l’accesso facilitato a mercati e capitali internazionali con ricadute positive in termini di competitività. Per tutte le imprese la creazione del mercato unico avrebbe generato riduzioni di costi medi pari almeno al 10-12% e in alcuni settori specifici anche percentuali più ampie, dispensando sicuri vantaggi per tutta la comunità.

Il rapporto voleva dimostrare, almeno nelle intenzioni del suo ideatore, come le economie nazionali celassero delle enormi potenzialità inespresse e non ancora sfruttate a causa delle barriere che incontravano i singoli mercati per la non ancora appartenenza a un mercato unico europeo che invece avrebbe consentito benefici in termini di concentrazioni, razionalizzazioni produttive, maggiori livelli d’efficienza e specializzazioni con una più avanzata qualificazione del lavoro.

La stima fatta dal rapporto evidenziava che circa un terzo delle imprese europee avrebbe potuto ottenere migliori economie di scala e quindi sostanziali riduzioni dei costi di produzione quantificabili fra l’1 e il 7% e questa opportunità avrebbe nel suo insieme consentito al sistema economico europeo un aumento fra il 4 e il 7% del prodotto lordo interno.

L’impatto della creazione del mercato unico europeo avrebbe ulteriormente innalzato queste stime in quanto erano difficilmente valutabili nel medio-lungo periodo alcuni vantaggi che l’unificazione avrebbe prodotto nel tempo, per la diffusione dell’innovazione, lo sviluppo della concorrenza, la massimizzazione fra le imprese di strategie di internazionalizzazione, la nascita di società europee e l’integrazione del sistema finanziario reso più solido.

Ma il rapporto non finiva qui e Cecchini giungeva alla conclusione che il costo della “non-Europa” che avrebbe gravato per il controvalore di circa 2 milioni di lire pro capite annuo per ogni cittadino europeo e che i benefici apportati dalla costruzione del mercato unico, sarebbero stati in grado di contribuire in modo decisivo alla soluzione dei maggiori problemi dell’economia europea, primo fra tutti quello della disoccupazione.

Condizione essenziale, per produrre questi effetti benefici, era l’indispensabilità di garantire all’interno del mercato comune stabilità attraverso la costruzione di una vera unione monetaria con il contributo di una banca centrale europea per superare i limiti dell’ormai obsoleto Sistema Monetario Europeo (SME).

Tutto questo avrebbe prodotto un clima diffuso di fiducia condiviso fra tutti gli operatori, imprenditori e cittadini europei, i quali scommettevano da tempo sulla validità del progetto di integrazione europea che si sarebbe realizzata con la creazione dell’Unione europea, da cui dipendeva l’inizio di un nuovo ciclo di lungo periodo per lo sviluppo dell’economia e della società civile.

Il 1992, sempre nelle intenzioni del professore italiano, doveva segnare una pietra miliare nel processo di integrazione in Europa per rompere la stagnazione in cui era precipitata l’Europa fin dall’inizio degli anni ’70 e da cui non era riuscita a risollevarsi. I benefici si sarebbero presto manifestati se si fosse accelerato sempre più il trasferimento dei poteri nazionali in quelli europei. Lo studio concludeva con la stima che gli Stati, componenti la CEE, sostenevano un costo complessivo di “non-Europa” pari a 200 miliardi di ECU (Unità di Conto Europea, valuta virtuale considerata il papà dell’attuale Euro il quale prese l’attuale posto nel 1999).

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Crediamo obiettivamente che, dopo una attenta lettura della sintesi a cui giungeva il Rapporto Cecchini sugli enormi vantaggi se si fosse proceduto all’integrazione europea, molti si siano domandati se le conclusioni indicate a supporto della validità del progetto (Cecchini non ce ne voglia) fossero basate su fattori al di fuori della realtà.

Probabilmente qualunque altro bravo economista che fosse stato incaricato di redigere un rapporto del genere avrebbe peccato della stessa sopravvalutazione, fosse altro per il clima di ottimismo generalizzato che si era creato intorno all’ideale europeo. La metodologia adottata e applicata per giungere a predette considerazioni aveva previsto interviste a circa 10.000 testimoni qualificati, quali imprese (divise fra grandi e piccole e di diversi settori merceologici) e associazioni sindacali delle imprese stesse e dei lavoratori. In queste interviste si chiedevano essenzialmente le aspettative riguardo al processo d’integrazione e i benefici attesi in ragione delle maggiori opportunità che si sarebbero sicuramente create. Inoltre il rapporto si basava su analisi economico-industriali degli effetti del mercato unico nei singoli settori produttivi per stimare i minori costi produttivi favoriti dall’integrazione economica, non tralasciando di valutare quale impatto avrebbe avuto l’economia di ciascun paese in modo da stimare i benefici della partecipazione a un mercato unico.

In ogni caso non vi erano indicazioni sulla distribuzione di costi e benefici a livello territoriale e di beneficiari fra imprese e cittadini e le previsioni quantitative erano molto aleatorie e opinabili, così come valutato dall’economista Loukas Tsoukalis dell’Università di Atene, il quale ha recentemente sostenuto che il Rapporto “1992: Il costo della non Europa”, aveva un margine d’errore superiore al 30%.

Nella realtà, le valutazioni a cui giunse il rapporto dovettero fare i conti con alcune variabili economiche difficilmente misurabili e che inevitabilmente hanno inficiato il risultato finale, come la mancanza di certe condizioni che hanno fortemente sovrastimato le valutazioni economiche a cui giunse Cecchini, in relazione all’esistenza, non considerata sufficientemente, di una forte mobilità dei fattori produttivi, in particolar modo di quello del lavoro.

Infatti, la maggior concorrenza che si sarebbe creata con un mercato unico avrebbe comportato vantaggi e svantaggi a carico delle imprese permettendo che per le imprese più efficienti e innovative vi sarebbero stati aumenti in termini di produzione e occupazione, mentre sicuramente disagi, cioè riduzione della produzione e eventualmente fallimento, per quelle inefficienti.

I costi di aggiustamento emersi in questo processo si sarebbero ridotti, e quindi resi accettabili dal punto di vista sociale, solo nel caso in cui le risorse produttive si fossero riallocate liberamente all’interno della grande nuova area economica, praticamente solo se i lavoratori rimasti senza lavoro fossero riusciti con facilità e velocità a essere riassorbiti da un’altra impresa e non necessariamente nella stessa regione o nello stesso comparto produttivo.

La mancanza di mobilità e flessibilità del fattore lavoro, che come abbiamo visto rappresenta il tallone d’Achille di tutte le aree monetarie che non riescono a tendere all’ottimizzazione, non ha compensato la mobilità del fattore capitale determinato e favorito dalla liberalizzazione del mercato finanziario con l’adozione della moneta unica.

Ma il vero punto debole, evidenziato dallo stesso Cecchini, era che la realizzazione del mercato unico doveva essere accompagnata da un ciclo espansivo particolarmente vigoroso dell’economia, poiché solo con questo presupposto i vantaggi del mercato sarebbero stati elevati riuscendo a assorbire gli shock asimmetrici determinati dall’integrazione fra diversi livelli di efficienza produttiva.

Inoltre Cecchini ignorava quali sarebbero stati i parametri presi a fondamento della convergenza monetaria, poi definiti da Maastricht, e non poteva pertanto supporre gli effetti perversi negativi che si sarebbero ulteriormente innescati a discapito delle economie in caso di stagnazione e di recessione. Non poteva sapere che il meccanismo di Maastricht sarebbe stato concepito in modo tale che, anche nel corso di cicli economici negativi, i parametri macroeconomici previsti sarebbero dovuti essere comunque e in ogni caso soddisfatti in modo piuttosto rigido, senza la possibilità di moratorie previste e codificate per evitare che gli oneri derivanti si riversassero essenzialmente sul ricorso fiscale e pertanto frenando la propensione al consumo.

Inoltre, il rapporto non considerava che la creazione di una enorme area economica con la condivisione di una stessa moneta, avrebbe attirato investitori esteri in zone con migliori infrastrutture ed efficienza amministrativa e fiscale a discapito delle periferiche e che ciò avrebbe ulteriormente creato zone più ricche e zone più povere in mancanza di una effettiva politica di ridistribuzione e trasferimento di risorse.

Infine, il rapporto Cecchini non è riuscito a intercettare i fattori dell’evoluzione delle economie nei paesi dell’Est europeo, riunificazione della Germania compresa, che si sono invece rapidamente aggregate al mercato comune modificando sensibilmente i rapporti di forza precedentemente presi in considerazione.

In ultima analisi possiamo tranquillamente affermare che sarebbe stato praticamente impossibile quantificare il costo effettivo della cosiddetta “non-Europa”, cioè i costi sostenuti per non aver ancora compiuto il mercato unico con la condivisione di una stessa moneta e quel valore indicato in 200 Mld di ECU è da ritenersi solamente un numero aleatorio non rappresentativo, essendo il Rapporto Cecchini inquadrabile nella prassi consolidata di commissionare lavori di consulenza esterna per dimostrare quel che si è già deciso precedentemente dall’interno. Questo rapporto, comunque inserito dalla Commissione Delors come base tecnica a dimostrazione della convenienza della creazione di una grande area economica, ha determinato come colonna portante tutta la costruzione della moneta unica!

Il costo sostenuto dalla “non-Europa” valutato in 200 Mld di ECU, preso a base e supporto dei vantaggi dell’integrazione, sarebbe una cifra oggi risibile anche se si procedesse a una sua attualizzazione rispetto agli enormi svantaggi e costi che tutti i paesi europei hanno dovuto sostenere, e che dovranno ancora inevitabilmente sostenere, invece, per il permanere in questa “gabbia” valutaria che non consente più autonome iniziative.

Se oggi dovesse essere redatto un analogo rapporto al fine di verificare invece i costi sostenuti dai paesi dell’Europa per l’appartenenza all’area valutaria comune, inserendo non solo numeri riconducibili esclusivamente all’economia e alla finanza si giungerebbe, senza ombra di dubbio alcuno, a conclusioni diametralmente opposte a quelle redatte da Cecchini.

Ci riferiamo ai pesantissimi costi che quasi tutte le popolazioni del Continente europeo hanno dovuto subire sulla propria pelle in termini sociali e mortificazioni in termine di crescita, non minimamente previsti e contemplati da chi ci ha legato a questo nuovo ordine economico valutario, nato per innalzare il livello del modello fino a ora raggiunto e non per peggiorarlo!

Pensiamo a quei 200Mld di Ecu/Euro, letteralmente bruciati ogni anno, non dall’Europa ma dal solo “Sistema Italia”, costretta ormai a boccheggiare perché non più supportata da alcun accesso al credito e a condizioni che non la mettono più in grado di competere per l’essersi affidata a questo modello errato di aggregazione.

Così ci era stata magnificamente prospettata l’integrazione Europea e non come un sistema che avrebbe finito per non garantire assistenza e ausilio alle istituzioni finanziarie a totale discapito dei singoli e del settore produttivo: lo stesso Cecchini non avrebbe mai minimamente pensato che il suo lavoro avrebbe contribuito a realizzare tutto ciò e siamo sicuri, che se l’avesse intuito, avrebbe certamente rimesso il mandato!

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