Perché alcuni rappresentanti dell’establishment finanziario – e non stiamo parlando di fan del Movimento 5 stelle o di antirenziani dichiarati ma di protagonisti interessati alle sorti del mercato – a sorpresa voteranno «No» al referendum?

E questo cosa comporta?

«Che dall’estero, le pressioni di politici e giornali vengano a incidere sulle nostre scelte. Si tratta di commenti che subiamo. Anche perché si tratta di ingerenze dolose, interessate».

Se vince il «No» dunque i mercati non crolleranno?

«Non succederà niente. La Brexit insegna tante cose: non c’è stata alcuna catastrofe, negli ultimi mesi la Borsa di Londra ha ripreso vigore, il Pil del Regno Unito quest’anno toccherà i livelli più alti degli ultimi cinque anni. Multinazionali come Twitter e Facebook stanno aprendo le loro nuove sedi a Londra.

Il problema è cercare di far tornare alla realtà il risultato del referendum. Il cambiamento della Costituzione non cambia la struttura, la politica, non risolve le inefficienze. Non ha carattere di obiettività economica».

Ovvero?

«L’Italia ha dei grossi problemi da risolvere e questo alimenta il populismo. Dal debito pubblico elevato al tasso di disoccupazione che resta al di sopra dei livelli fisiologici. Se l’attenzione dall’esterno fosse per qualcosa invece che contro gli osservatori stranieri si soffermerebbero su questi temi. Invece si cita solo la flessibilità che è diventata ormai sinonimo di ricattabilità, ma in verità l’Italia è nei limiti dei parametri europei».

Lo spread intanto sale…

«La vera causa dell’innalzamento dello spread è il significato che si sta dando a questo referendum. Una valenza che non è assolutamente quella reale. Le priorità del Paese cui guardano i mercati dovrebbero essere altre. Il problema è che la Borsa non è più luogo della contrattazione economica ma spesso finisce ostaggio della speculazione».

La personalizzazione del referendum da parte di Renzi non ha aiutato, soprattutto nel caso delle banche in difficoltà che stanno per chiedere soldi al mercato.

«Il problema di queste banche non è la Costituzione, le cause della loro crisi sono altre. E dunque anche il loro futuro non può dipendere dal risultato del voto del 4 dicembre».

Fonte: Qui

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