La vittoria del referendum costituzionale è la stella polare della legge di Bilancio 2017. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale diventano più netti i contorni della manovra.

A partire da quella che si potrebbe definire la strategia «alla Achille Lauro» sul taglio dell’Irpef. Mentre lo storico armatore napoletano donava una scarpa prima del voto e l’altra solo a preferenza acquisita, il premier infarcisce di bonus il budget 2017 e promette il vero abbassamento delle tasse nel successivo.

L’ultima idea sarebbe quella di cifrare nel bilancio il taglio Irpef da almeno 3 miliardi promesso per il 2018 così come è accaduto l’anno scorso per il taglio dell’Ires.

Anche quest’ultimo è stato posticipato per scarsità di risorse, ma verrà effettuato: l’abbassamento delle imposte sui redditi invece è condizione vincolante per la permanenza in carica del governo che senza sì al referendum diventerebbe più difficile.

La speranza è che il ministro dell’Economia Padoan in qualche misura definisca come intende procedere visto che l’ipotesi di 3 miliardi si riferisce a una limatura di un punto percentuale delle aliquote intermedie del 27 e del 38% i cui effetti sui redditi medio-bassi non sarebbero eclatanti.

D’altronde, nel governo Renzi la fantasia è al potere giacché si rincorre da tempo l’idea di cifrare in qualche modo la lotta all’evasione fiscale.

D’altronde, tutte le ultime trovate sembrano state ideate per accaparrarsi consensi. Come lo Student Act, i 500 milioni da destinare al finanziamento totale dei corsi universitari dei diplomati più meritevoli. Una buona idea, non c’è dubbio.

Peccato che delle agevolazioni esistano già e che in Stati più liberali come gli Usa siano i privati e le stesse università ad attirare i migliori studenti con questi sistemi.

In Italia, invece, deve passare tutto dal pubblico, persino il finanziamento dei singoli dipartimenti universitari che possono considerarsi centri di eccellenza. Tuttavia i diciottenni, qualora fossero indecisi, potrebbero essere invogliati a votare sì.

Stesso discorso per i pensionati che sono destinatari di due miliardi di risorse tra Ape e quattordicesima. Secondo i dati Istat rielaborati dall’agenzia AdnKronos è composta da 6,5 milioni di soggetti la platea dei percettori di un reddito previdenziale al di sotto dei mille euro mensili lordi.

Il 28% di questi (1,8 milioni) sono coloro che incassano tra 750 e mille euro mensili, potenzialmente interessati dalle misure che l’esecutivo di Matteo Renzi intende mettere in campo e che saranno messe nero su bianco nell’incontro di mercoledì con i sindacati.

Il confronto si annuncia particolarmente intenso sull’uscita anticipata dei lavoratori precoci (che hanno cominciato a lavorare prima dei 18 anni e hanno accumulato 41 anni di contributi anziché 42 anni e 10 mesi previsti dalla legge).

Le coperture (vedi articolo sopra) restano sempre un nodo, soprattutto per un governo che in Ue cozza sempre contro un muro, non essendo riuscito a ottenere nemmeno una revisione più favorevole delle metodologie di calcolo del Pil potenziale che un avrebbero consentito un altro po’ di deficit in più.

Fonte: Qui

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