Non inganni lo sbadiglio di Barron William Trump alle tre di notte, durante il discorso del padre appena eletto.

L’ultimogenito di Donald e Melania, dieci anni, era stremato dalla sfuriata assistita poco prima dietro il palco. «Ora glielo dici tu, per favore»; «Manco per idea, tocca a te», lo scambio carico di tensione tra i genitori. Imbarazzo presto dilagato nell’intero staff repubblicano. Chi avrebbe avvisato Mr. Renzi e gentile Mrs. Agnese, gli ultimi ospiti di casa Obama? Con quale tatto farlo sapere a Ms. Boldrini e Ms. Boschi?

La presenza di entrambe, alla convention di Philadelphia, non era passata certo inosservata. Entrambe accorse in rappresentanza (e a spese) dell’Italia per salutare una nomination epocale, «il passaggio storico che aiuterà le donne di tutto il Pianeta ad andare avanti». Il monito della presidente della Camera italiana era stato perentorio: «Mr. Trump non è in grado di essere il presidente Usa.

Le sue parole sulle donne sono insopportabili nel 2016. Mr. Trump non si è accorto del tempo che sta vivendo». Già, questione di tempo. Poche ore, quelle del fuso, il tempo di riprendersi. La voce flautata della presidente della Camera italiana tornava a udirsi da Radio radicale: «Le democrazie sanno sorprendere… Trump inclusivo… adotti questo stile per rassicurarci tutti… Interpreto il voto a lui come voglia di cambiamento, una voce per una società più equa e più giusta». Nelle stesse ore andava però sbiandendo anche il selfie che Ms.

Boschi aveva preteso – nell’atmosfera festosa di Philadelphia – da Bill Clinton. «Tifo Hillary, donna competente e tenace», erano le ultime volontà lasciate ai posteri. Ma al tifo, come al cuor, non si comanda. Così anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che aveva tratteggiato l’estrema «pericolosità» di Mr. Trump, ieri mattina, invece di recarsi a rassegnare le dimissioni, salutava un rapporto di amicizia con gli Usa «che certo continuerà». Altro piglio mostrava la generazione forgiata nel ferro sovietico.

Giorgio Napolitano restava tetragono come ai tempi d’Ungheria: «La vittoria di Trump uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale». Ma la scarsa propensione verso le espressioni popolari di King George non erano ignote ai più. Diversa e complessa l’aria che si respirava nei corridoi solitari di Palazzo Chigi. «Speriamo che sia femmina…», le ultime parole trapelate dall’ufficio del presidente del Consiglio.

«Mr. Trump è quello che la politica non dovrebbe essere: la politica della paura, dei populismi, di chi gioca con le ansie e il pessimismo degli elettori per lucrare nelle urne… Non avrei scommesso un euro su Trump candidato alle presidenziali… Se dovesse vincere sarebbe un disastro, ce ne occuperemo al momento opportuno, sperando di non dovercene occupare mai». Questo il taglio dei messaggi beneauguranti inviati da Mr. Renzi al futuro presidente americano. Ieri mattina convertiti nelle congratulazioni di rito, «convinto che l’amicizia resti forte e solida».

Concetti ieri sera ribaditi in tivù. Dopo essersi fatto scudo del cadavere di Obama, isolandosi dall’Europa, il giovane stratega aveva scoperto con sgomento che gli Usa gli avevano rifilato un clamoroso «pacco». E per di più sul web impazzava l’hashtag #Renziportasfiga. È stato proprio in quel momento che Mr. Trump, grattandosi via una crosticina sotto il cespuglio color arancio, aveva ricordato quel tipo di cui mesi fa aveva sentito parlare. «Renzi chi? Non lo conosco, non mi importa, è irrilevante».

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