Matteo Renzi si guarda bene dal commentare il fatto del giorno, il caos in cui è precipitata dopo solo tre mesi di governo grillino la Capitale insieme alla giunta Raggi. «Rispetto il lavoro del sindaco di Roma e la scelta degli elettori: ha vinto lei, a lei onori e oneri. Non metto bocca sulle questioni della squadra del sindaco Raggi», dice.

Dietro i toni flautati e il fair play, c’è la privata constatazione che «tanto fanno tutto da soli»: messi alla prova del governo, i Cinque Stelle combinano unicamente guai. E gli elettori, in casa renziana ne sono convinti, «sapranno valutare da soli le loro capacità». Scantonata così la domanda sul pasticciaccio del Campidoglio, il premier preferisce dedicarsi a dimostrare i successi del suo, di governo, lasciando che le sconfitte altrui parlino da sole.

E, in un’intervista mattutina con Rtl, batte su quello che è il suo tasto prediletto, di questi tempi: la riduzione della pressione fiscale: «Conosco solo su una regola – dice – abbassare le tasse. Non conosco altra regole. In tanti l’hanno detto ma poi nessuno l’ha fatto». Lui, invece, ha impugnato le forbici e promette tagli a pioggia: «Il prossimo anno abbasseremo l’Ires dal 27,5% al 24% per le società di capitali, ma anche l’Iri per le società di persone.

Sui lavoratori autonomi faremo anche un intervento per dare certezze ai giovani». Non pago, assicura che il bonus degli 80 euro resterà e che l’anno prossimo sarà ulteriormente abbassato anche il famigerato canone Rai nelle bollette. Del resto, il premier ne è convinto, solo una legge di Stabilità espansiva può ridare fiato ad un’economia boccheggiante e – last but not least – rianimare il consenso attorno al governo in vista del cruciale appuntamento con il referendum di novembre. «Se riusciamo a spiegare agli italiani di cosa parla il referendum ci saranno un sacco di voti per il Sì, anche di gente che mi detesta e che alle elezioni farà di tutto per mandarmi a casa», afferma il premier. Se poi invece dovessero prevalere i No, «chi mi conosce sa quello che penso e cosa farò».

Un modo per dire, senza dirlo esplicitamente, che terrà fede alla promessa di dimettersi. Lui, però, farà tutto il possibile per vincere la partita, e punta su un alleato imprevisto: Massimo D’Alema. Più l’ex premier con i baffi diventa testimonial del No, Renzi ne è convinto, e più salgono le quotazioni del Sì. E dunque il premier si dedica con passione al soggetto: «Credere, come dice D’Alema, che lui e Berlusconi possano fare un’altra riforma della Costituzione è come credere alle sirene nel Mediterraneo. D’Alema può dire ciò che vuole, sono anni che non ha fatto alcuna riforma, come Berlusconi. La loro è una storia di grande amore che va rispettata». E ancora: «Immaginano di fare una nuova Bicamerale? Sono trent’anni che lo raccontano, non ci crede più nessuno».

Il premier sa bene che l’ingombrante protagonismo dalemiano sul fronte del no mette in difficoltà sopratutto la minoranza Pd, costretta a prendere le distanze. «D’Alema? La nostra posizione è differente», si affretta a dire il senatore bersaniano Federico Fornaro. «Lui ha già deciso per il No da esponente che non ha responsabilità in Parlamento. La sua è una posizione autorevole, ma io ho votato a favore della riforma costituzionale».

Già, per la fronda anti-renziana del Pd la situazione si è fatta complicata: si ritrova stretta tra l’irruenza dalemiana e il movimentismo del premier, che ha appena nominato una colonna della Ditta come Vasco Errani a commissario per la ricostruzione post-terremoto. Con il problema non indifferente di aver approvato in Parlamento la riforma costituzionale e di dover dunque trovare un pretesto per il proprio dietro-front sul referendum. «Aspettiamo cosa dirà Renzi sull’Italicum alla festa dell’Unità», spiegano. Nel frattempo, diserteranno l’appuntamento della «Sinistra per il No» convocato da D’Alema.

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