Citigroup e Goldman Sachs: la bocciatura delle riforme non pregiudicherà la crescita

Lo storytelling renziano di queste ultime settimane si basa su un messaggio molto semplice: votare sì al referendum conviene anche alle tasche degli elettori.

In primo luogo, perché la legge di Bilancio e suoi eventuali corollari si preannunciano ricchi di bonus, sgravi e benefit (basti pensare agli interventi sulle pensioni minime, al taglio dell’Ires, ai contratti degli statali e alle misure per le partite Iva) e quindi se il governo dovesse cadere, non si potrebbe dar compiutamente corso a queste promesse perché non è detto che, venuto meno il premier, la maggioranza resti la stessa. In secondo luogo – e questo è il substrato alla precedente dichiarazione di principio – perché l’Europa diventerebbe meno benevolente nei confronti dell’Italia.

Lo spin di Renzi, infatti, è quello di mettere sullo stesso piano referendum costituzionale e Brexit equiparando coloro che si oppongono alla riforma agli avversari di una maggiore integrazione europea. E poiché Bruxelles generalmente si mostra inflessibiile nei confronti dei propri detrattori (anche se finora la Gran Bretagna non è stata messa alla porta), si vuol far credere che al no alla nuova Costituzione di Renzi e Boschi seguirebbe immediatamente il no alla flessibilità sui conti pubblici finora concessa all’Italia. E col Pil fermo e senza le concessioni dell’Ue non ci sarebbero proprio i margini per tradurre in realtà le «mance» elettorali promesse. L’Italia sarebbe così destinata ad avvitarsi ulteriormente nella sua crisi ormai conclamata.

Eppure proprio da alcuni sostenitori internazionali del premier come l’establishment di Wall Street è arrivata una parziale smentita di questa tesi. Due importanti banche statunitensi, Citigroup e Goldman Sachs, hanno vergato report nei quali si sostiene che in caso di esito negativo della consultazione referendaria cambierebbe poco o nulla. Ovviamente, entrambe gli istituti vedono favorevolmente la vittoria del sì, ma in caso contrario non vi sarebbe da stracciarsi le vesti. «Renzi potrebbe dimettersi ed essere nominato capo di un governo di transizione fino alle elezioni del 2018 in modo da cambiare la legge elettorale», scrivono gli analisti di Citi aggiungendo che «Renzi potrebbe anche chiedere un voto di fiducia sul suo attuale governo, probabilmente vincendolo poiché è difficile che si possa formare una maggioranza alternativa».

Lo stesso ragionamento è sostenuto anche da Goldman Sachs. In caso di vittoria del No, si legge nel report, «è più probabile un rimpasto di governo magari con allargamento della coalizione, visto che da nuove elezioni nascerebbe un Parlamento bloccato». E le conseguenze sul piano finanziario? «È improbabile un allargamento dello spread sia perché non vi sarebbe grande instabilità politica sia perché gli acquisti di Btp nell’ambito del Quantitative Easing della Bce stabilizzerebbero i prezzi». L’unica a soffrire veramente sarebbe Mps perché sarebbe più difficile trovare una soluzione di sistema al problema dei crediti in sofferenza. Ma questa è un’altra storia. FONTE

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