In un Paese dell’Est del vecchio continente in cui, nelle elezioni legislative, a contendere la vittoria per il rinnovo del parlamento vi è, tra le altre, un raggruppamento di partiti dal nome “Coalizione per l’Europa” appare quasi scontato ritenere fondati i sospetti di tentativi di influenze esterne ed eterodirette nel locale dibattito politico.

Ed in effetti così è nell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia (questo è il nome ufficiale internazionalmente quasi unanimemente riconosciuto per non far dispetto alla Grecia), che oramai da più di un anno affronta una crisi politica importante in cui lo zampino occidentale è molto più che presente, così come affermato già nel febbraio 2015 dall’attuale presidente Ivanov; una storia recente molto complessa quella del governo di Skopje, iniziata quando le forze speciali del piccolo paese slavo hanno sventato ad inizio 2015 un colpo di Statoorchestrato da alcune forze ricollegabili alla minoranza albanese. Proprio i rapporti con questa popolazione, sono da sempre la spina nel fianco della Macedonia; già nel 2001 la tensione tra le due comunità, slava da una parte e per l’appunto albanese dall’altra, è sfociata in una guerra civile durata per fortuna molto poco e concentrata nella cittadina di Tetovo.

I contrasti però non sono mai stati del tutto appianati e chi oggi vuol spingere Skopje verso la Nato e l’Ue, cerca di sfruttare queste divisioni per destabilizzare un esecutivo che si oppone alle sanzioni alla Russia, che vuole il Turkish Stream e che ha chiuso la rotta dei Balcani dei migranti; ben si comprende quindi come questi tre elementi sopra esposti, fanno sì che tanto il presidente Ivanov quanto la coalizione trainata dal partito di maggioranza relativa VRMO – DPMNE (acronimo di Partito della Rivoluzione Interna e per l’Unità della Macedonia) non siano visti di buon grado da Bruxelles e dalla stessa Washington e non a caso da queste due capitali sono arrivati ‘moniti’ per il grado di corruzione interno e per la ‘repressione’ contro coloro accusati di aver ordito il colpo di Stato. Un modo come un altro per presentare Skopje alla stessa stregua di come era presentata Kiev ai tempi di Yanucovich; dopo la scoperta del tentativo di golpe, lo stesso Ivanov ha parlato espressamente di “ingerenze esterne” nella vita politica macedone con riferimento al fatto che il gruppo armato albanese non ha agito da solo ma con l’appoggio logistico di qualcuno al di fuori della Macedonia.

Sventato il colpo di Stato, Skopje non ha più avuto pace; prima lo scandalointercettazioni, in cui sempre nel 2015 è stata improvvisamente rivelata una tela di corruzione all’interno del Parlamento senza precedenti in Macedonia e quindi il via alle manifestazioni di piazza le quali poi sono state preso dipinte come “colorate” da molti network occidentali; in particolare, da quando il presidente Ivanov ha dato la grazia a tanti politici coinvolti nello scandalo intercettazioni, a Skopje si sono viste le stesse immagini già notate a Tbilisi, a Kiev, a Biskek ed in diverse altre capitali dell’ex blocco sovietico: gente in piazza con la bandiera europea, fumogeni e sassaiole contro polizia e sede del parlamento e generale richiesta dell’avvio del processo di ‘democratizzazione’ e contestuale demonizzazione della leadership al governo.

Le istituzioni macedoni hanno quindi intuito di essere sotto attacco e di non essere ben viste all’estero; le posizioni spesso poco in linea con quelle dell’Ue e della Nato ed al contempo invece vicine a quelle di Mosca, a cui la Macedonia è legata soprattutto per l’approvvigionamento energetico essendo il suo territorio privo o quasi di materie prime, hanno reso Skopje esposta al fuoco prima di golpisti interni e successivamente di un periodo di manifestazioni che hanno indebolito molto la maggioranza. Anche all’estero, all’apice della crisi provocata dalla rotta balcanica dell’immigrazione, il governo macedone è stato messo in cattiva luce ed accusato di imporre muri e di avere poco buon senso; in realtà, la chiusura della frontiera ad Idomeni e la creazione di una barriera di filo spinato lungo il confine greco, sono serviti alla Macedonia per evitare ulteriori destabilizzazioni: il paese conta appena 2.5 milioni di abitanti, è già scosso da tensioni etniche, così come da una povertà molto estesa ed un’economia poco soddisfacente, l’ingresso di migliaia di profughi avrebbe messo al collasso le istituzioni macedoni, assolutamente non in grado di fronteggiare alcuna emergenza umanitaria, come del resto si è avuto modo di vedere nel 1999 quando la guerra in Serbia ha provocato l’esodo di numerosi profughi verso i propri confini.

Tanto il presidente Ivanov quanto l’intera impalcatura amministrativa macedone, in questi mesi ha tenuto di fronte alle numerose vicissitudini incontrate ed agli attacchi messi a segno da più fronti; pur tuttavia, le manifestazioni hanno avuto l’effetto di far sciogliere anticipatamente il parlamento, creando anche una situazione di stallo politico molto pericolosa. Si arriva così agli ultimi sviluppi di queste ore: dopo tanti rinvii, i quattro maggiori partiti si sono accordati nella data in cui fissare le consultazioni anticipate. Si tratta del prossimo 11 dicembre; ciò però che è bene rimarcare, è il fatto che a far raggiungere questo accordo ed a far da garanti siano stati emissari dell’Ue e degli Usa.

In poche parole, comunque vada c’è il pericolo che alla lunga chi aveva interesse a sovvertire la maggioranza in Macedonia stia riuscendo nel suo intento; con elezioni fissate grazie a mediazioni di Bruxelles e Washington, il quadro che uscirà il prossimo 11 dicembre potrebbe prevedere una schiacciante vittoria della ‘Coalizione per l’Europa’ oppure la riconferma del blocco di maggioranza ma con la piazza pronta a gridare a brogli ed a chiedere nuove consultazioni.
La Macedonia quindi, potrebbe essere il nuovo punto caldo del Balcani e dell’est Europa in cui mani esterne tentano di spostare gli orientamenti in politica estera del governo e, nella fattispecie, di allontanare l’esecutivo da Mosca; a Skopje, in vista dell’apertura della campagna elettorale, la tensione inizia a farsi sentire: la possibilità che il paese esca indebolito e lacerato appare davvero molto concreta.

Fonte: Occhi della Guerra

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