«Resisteremo fintanto che sarà necessario. Abrogazione e dimissioni!».

La Romania è in rivolta contro il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu, e contro la legge «salva-corrotti», che vuole depenalizzare i reati di corruzione e abuso d’ufficio con pene inferiori ai cinque anni.

Il provvedimento ha scatenato manifestazioni e proteste in strada, con manifestazioni no stop da otto giorni e oltre 500 mila persone (solo 300 mila a Bucarest), che si sono radunate per fare sentire il proprio dissenso e chiedono le dimissioni dell’esecutivo.

Quella di questi giorni è la protesta più massiccia dalla rivoluzione sanguinosa, che del dicembre 1989 portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu.

Ma il premier Grindeanu tiene duro, ha ribadito fin dall’inizio, in un’intervista all’emittente Antenna 3, che non lascerà. Nessuna dimissione, nessun rimpasto di governo, forse solo la destituzione del ministro della Giustizia.

C’è tempo fino all’11 febbraio per l’abrogazione del decreto, dopo questa data entrerà in vigore. La depenalizzazione proteggerà, tra gli altri, decine di funzionari accusati di corruzione, incluso il leader del partito che è al governo, il socialdemocratico Liviu Dragnea.

Al fianco del popolo in protesta si è schierato apertamente il presidente della Romania, Klaus Iohannis, che ha chiesto al governo di dimostrare trasparenza e prendere decisioni a favore della società, e non di nascosto.

«Il Paese ha bisogno di un governo trasparente, che sia prevedibile, alla luce del giorno» e che non agisca «di notte di nascosto», ha detto Iohannis, esponente del centrodestra.

Che però non si è spinto fino a rompere definitivamente con Grindeanu, nonostante il gelo tra le istituzioni: «Le elezioni, in questo momento, sarebbero troppo».

Il governo è in carica da un mese, è stato eletto l’11 dicembre scorso.

L’attacco, in un discorso in Parlamento, del presidente della Repubblica è stato colto con molta ostilità dai socialdemocratici: Dragnea e il presidente del Senato, Calin Tariceanu, si sono rifiutati di salutare la carica più alta dello Stato al suo arrivo in Parlamento.

Fonte: qui

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