Su Social Europe, l’ex-PD Stefano Fassina usa toni durissimi contro l’euro – ossia l’istituzione più “neoliberista” che l’Europa abbia mai visto – e contro gli ottusi sostenitori degli “Stati Uniti d’Europa” e altri sogni spinelliani, e la loro insopportabile retorica. (Su una cosa ovviamente dissentiamo da Fassina: il titolo, perché non è l’UE ma i cittadini europei che ci preme salvare dal disastro dell’euro.)

di Stefano Fassina, 01 settembre 2016

Si è recentemente tenuto il vertice di Ventotene tra il Primo Ministro Renzi, la Cancelliera Merkel e il Presidente Hollande. C’erano sul tavolo le questioni cruciali: i conflitti geopolitici ai confini dell’Unione Europea, la sicurezza interna, i flussi migratori e la crescita economica. L’incontro è stato animato da una grande ventata di retorica sul rilancio degli ideali dei padri fondatori dell’Europa unita. Ma alla fine non si è fatto nessun passo avanti per affrontare, nemmeno da un punto di vista analitico, i motivi fondamentali per i quali l’UE si sta disintegrando.

Come alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, le élite europee “sonnambule” tirano dritto senza rendersi conto della realtà, nonostante gli siano stati mandati dei messaggi molto chiari. In modo analogo agli sviluppi politici a cui stiamo assistendo sull’altro lato dell’Atlantico, il voto per la Brexit ha dimostrato l’insostenibilità economica, sociale e democratica dell’ordine neoliberista per un numero sempre crescente di famiglie della classe lavoratrice e della classe media. In USA come nel Regno Unito il sentimento anti-establishment raggiunge il culmine nel momento in cui l’establishment, tanto di destra (Reagan e Thatcher) quanto di sinistra (Clinton e Blair), si caratterizza nel modo più forte per la messa in atto dei programmi neoliberisti. In questo contesto il voto del 2016 sulla Brexit potrebbe rappresentare per il neoliberismo ciò che la caduta del Muro di Berlino ha rappresentato per il socialismo nel 1989.

A dispetto dell’evidenza che i leader politici e i funzionari hanno davanti agli occhi, il dibattito nell’Unione Europea e nell’eurozona resta prigioniero del conformismo europeista, come se i trattati e il programma politico che ha guidato l’integrazione europea, e tuttora conduce i giochi, non fossero profondamente radicati nel neoliberismo. Il neoliberismo ha fallito, ma per la sua manifestazione più estrema, vale a dire l’eurozona, tutto procede come sempre. Continuiamo a sentire invocazioni intrise di retorica sugli Stati Uniti d’Europa o, quantomeno, sul “più Europa”, e sulla necessità di un ministero del tesoro per l’eurozona. A sinistra, e ancora di più in una parte significativa della cosiddetta “sinistra radicale”, le cose vanno ancora peggio: ciò che viene proposto è una democratizzazione totalmente irrealistica dell’UE, e chiunque tenti di far notare l’insostenibilità della moneta unica e chieda una riflessione su un “piano B” per andare oltre l’euro e salvare l’UE viene respinto come “sovranista”, neo-nazionalista, populista, e di conseguenza associato a Grillo, Salvini, Le Pen e Farage.

La povertà di analisi che sta dietro il programma politico attuale è sinceramente imbarazzante, specialmente in campo socialista, e ciò a dispetto delle posizioni prese da un numero crescente di economisti progressisti e perfino mainstream. La scorsa settimana un intellettuale autorevole, nonché icona della sinistra radicale, uno che certamente è al di sopra di ogni sospetto di simpatie anti-europee, vale a dire Joseph Stiglitz, ha fornito una spiegazione approfondita dell’insostenibilità dell’ordine economico e sociale dell’eurozona. Nel suo libro “L’Euro: Come una moneta unica minaccia il futuro dell’Europa”, il premio Nobel all’economia 2011 ha spiegato come l’euro abbia prodotto dinamiche divergenti nei paesi membri, abbia generato stagnazione e, nel migliore dei casi, solo grazie a una disperata politica monetaria si riesce a tenere in piedi coi puntelli l’equilibrio precario dovuto all’elevata disoccupazione. In definitiva, la contrazione e la prolungata depressione economica dell’eurozona non è stato il risultato di una reazione inadeguata a una crisi esogena, né la conseguenza dell’irresponsabilità fiscale dei governi nazionali. È la struttura stessa del sistema euro a creare il problema, perché è basata sulla svalutazione del lavoro. Il problema fondamentale dell’eurozona non è l’austerità. Il problema è che abbiamo reso costituzionale una versione estrema del neoliberismo, che nemmeno i più trionfanti conservatori dell’epoca d’oro di Reagan e Thatcher si sarebbero mai sognati di proporre, vale a dire lo Statuto della BCE da una parte e il Fiscal Compact dall’altra. Tutto questo nel quadro della svalutazione del lavoro iniziata dalla Germania con le cosiddette “riforme Hartz”, che rappresentano decisamente l’azione più anti-europea che sia stata perpetrata nella UE dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Sulla carta esisterebbero anche delle soluzioni per ridirigere la moneta unica su un percorso più favorevole al lavoro. Il libro di Stiglitz ne fa un buon riassunto: dall’imposizione di una stretta regolamentazione sui flussi di capitale e sul sistema bancario, per costringerli a stare al servizio dell’economia reale, alla ristrutturazione del debito pubblico; dall’archiviazione del Fiscal Compact per poter finanziare un New Deal ambientalista, all’aumento dei redditi nei paesi che hanno un surplus commerciale. Il problema, che è chiaro al Prof. Stiglitz ma che non viene minimamente notato dai miopi seguaci del sogno di Altiero Spinelli degli “Stati Uniti d’Europa”, è l’assenza di un minimo di consenso nei vari contesti nazionali per poter approvare le correzioni necessarie. Purtroppo non esiste un “demos” [popolo] europeo: il demos è nazionale per profonde ragioni culturali, storiche e sociali. In altre parole, la democrazia è nazionale oppure non è.

In questo contesto, per i paesi periferici dell’eurozona è ridicolo scontrarsi con Berlino per ottenere pochi decimi di punto percentuale di PIL in più da spendere in deficit. Altrettanto ridicole sono le richieste di ulteriori misure dal lato dell’offerta per spingere ancora più in là la svalutazione del lavoro nel tentativo di migliorare la competitività, o di fare cassa con la domanda interna dei paesi vicini. Questa politica, raccomandata a e messa in atto da tutti i paesi dell’eurozona, non serve affatto a migliorare la posizione relativa di una singola economia. È invece molto efficace nel deprimere la domanda interna dell’intera eurozona, nel perpetuare la stagnazione e nello spingere le famiglie della classe lavoratrice e della classe media verso l’abbraccio delle forze nazionaliste e xenofobe, preparando così, in combinazione con la paura e l’insicurezza causata dagli attacchi terroristici e dai flussi migratori, una tempesta perfetta.

Per quanto possa essere difficile, il dibatto politico deve affrontare la scomoda verità e dircela apertamente, e deve occuparsi delle alternative possibili agli aggiustamenti dell’euro. I leader europei progressisti devono trovare il coraggio intellettuale e politico di ammettere che l’euro è stato un errore di proporzioni storiche, e definire una via d’uscita dalla trappola per rivitalizzare la democrazia, promuovere la piena occupazione e posti di lavoro dignitosi, e ridurre la disuguaglianza. Il Prof. Stiglitz ha articolato un paio di alternative all’attuale situazione del “tirare a campare”: la prima, un “divozio amichevole” per arrivare a un euro del nord e un euro del sud Europa; la seconda, l’uscita della Germania e dei suoi paesi satelliti dall’attuale eurozona.

Continuare a camminare da sonnambuli dietro alla Germania mercantilista non è solo suicida per l’eurozona, ma anche per tutta l’Unione Europea.

Fonte: Voci dall’Estero

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