Il referendum, pardon le elezioni europee, che si svolgeranno a fine maggio rappresenteranno la vera cartina di tornasole di cosa i cittadini europei pensano dell’Europa e dell’euro.

Da europeo, ma prima ancora da italiano, mi auspico che i cittadini del Vecchio Continente sappiano valutare e fare una netta distinzione fra la moneta unica e il concetto di Europa stessa, non facendo di tutt’erba un fascio e nel non buttare l’acqua sporca insieme al bambino.

Si, perché nella disordinata e partigiana disinformazione del nostro Paese, coloro i quali denunciano l’insostenibilità dell’euro vengono additati come antieuropeisti, mentre paradossalmente, sono proprio i ciechi sostenitori di questo ordine monetario comune ad essere i primi che faranno affondare l’Europa. Infatti, chi si prodiga per un ritorno coordinato alle valute di provenienza, ripristinando le rispettive Sovranità nazionali che consentirebbero di assecondare molto meglio le proprie esigenze, ha come scopo prioritario anche quello di salvaguardare il vecchio spirito di Europa dei Padri Fondatori.

Inutile negarlo: quel 7 febbraio del 1992 a Maastricht si è data vita ad una Unione Europea tradendo lo spirito dell’originaria Comunità Economica Europea per tentare frettolosamente di creare un nuovo equilibrio dopo la caduta del Muro di Berlino. Una scelta prettamente politica a cui si è voluto affidare a una moneta condivisa il ruolo di aggregatrice e non di obiettivo finale. La UE nacque per realizzare quel mercato comune necessario per giustificare la creazione di una moneta comune, ma che nella pratica non è mai stato realizzato, preso invece come pretesto per imporre una moneta che avrebbe assunto di fatto il ruolo di “governare” i Paesi aderenti, sottraendo loro ogni potere decisionale per consegnarlo a una oligarchia auroreferenziale e non eletta.

Se si vuole salvare l’Europa dalle “follie” dei Trattati, dalla eurocrazia scellerata e dalle sue anacronistiche regole, così come è stata rappresentata molto bene dall’ultimo lavoro di Mario Giordano dal titolo “L’Europa? Non vale una lira” di questi giorni, è necessario liberarsi al più presto dall’euro e dalle sue imposizioni e vincoli. La democrazia e i suoi più elementari principii sono stati sospesi in nome di un ideale superiore chiamato Europa, ma che di Europa ce n’è ben poca, almeno di quella che i cittadini aspiravano di ottenere e per la quale sono stati disposti a fare sacrifici a scatola chiusa. Questa Europa della UE e della Troika non è stata una madre premurosa per tutti, ma una madrigna che ha preferito alcuni a discapito degli altri, utilizzando l’euro come mezzo per imporre le sue volontà al servizio di interessi di parte.

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A maggio molte compagini politiche cattureranno i consensi perseguendo indifferentemente temi anti euro e anti Europa e in Italia solo due partiti, la Lega di Matteo Salvini e FDI-AN di Giorgia Meloni dopo la svolta di Fiuggi, si sono schierati apertamente per l’uscita del nostro Paese dalla sola moneta comune. Un chiaro segnale che sarà seguito dal consenso popolare nella misura in cui riusciranno a proporre persone valide e credibili a sostegno della loro coraggiosa e condivisibile scelta.

Le altre forze politiche nazionali perseguono invece, con sfumature diverse, generiche “revisioni dei Trattati” o ambigue posizioni altalenanti e spesso contraddittorie, dando l’impressione di non capire fino in fondo che i Trattati e le regole a supporto dell’Euro sono stati concepiti per una costruzione monetaria che è destinata a non funzionare mai e qualsiasi modifica non risolverebbe assolutamente nulla ma posticiperebbe solamente la lenta agonia a cui siamo inesorabilmente condannati.

Pertanto non un ritorno al passato, ma la presa d’atto che legare economie così diverse e con rapporti di forza così squilibrati è stato un macroscopico errore e che le conseguenze più tragiche le stanno pagando pesantemente proprio i cittadini. Ritornare a quello che era la CEE, salvaguardando quel poco di buono che si è prodotto negli ultimi vent’anni e ripudiando invece quello che ha fatto precipitare economie fiorenti in un vero e proprio disastro.

Ci rimetteremo? Non sarà certo una passeggiata da fare a cuor leggero, ma sicuramente si creeranno le condizione per rivedere rinascere non solo le economie, rigovernate da regole tarate ciascuna per le proprie necessità, ma anche il ritorno al bene più prezioso conquistato nell’era moderna: la democrazia e insieme ad essa l’Europa in cui credevamo e a cui vogliamo, nonostante tutto, ancora credere!

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