Zingales, paladino di un capitalismo puro e integerrimo, si è detto “devastato” dall’ennesimo scandalo che ha recentemente colpito l’enclave bancaria statunitense. Triste protagonista della vicenda è, infatti, la Federal Reserve di New York che, in teoria, avrebbe il compito di supervisionare le banche con sede nella Grande Mela ma che, nella pratica, si è dimostrata troppo spesso eccessivamente indulgente nei confronti delle banche stesse.

A sollevare l’ultimo polverone è stata l’avvocato Carmen Segarra, assunta dalla Fed di New York proprio allo scopo di implementare una politica di vigilanza più rigida a seguito della crisi del 2008 e licenziata dopo solamente sette mesi per aver tentato di applicare norme più severe. Secondo un report redatto appena dopo il crac finanziario dal professore della Columbia David Beim, il problema della Fed risiederebbe proprio nella natura remissiva che l’avrebbe portata a sottostimare i rischi associati al comportamento delle principali banche americane. Il caso Segarra, la quale è riuscita a registrare di nascosto ben 46 ore di conversazioni con i suoi superiori, dimostra che, dal 2008 a questa parte, de facto non è cambiato proprio nulla.

L’avvocato avrebbe, infatti, tentato di denunciare alcune irregolarità relative nientemeno che a Goldman Sachs che, nonostante l’impegno profuso in favore di una maggiore trasparenza, mancherebbe completamente di una regola societaria contro i conflitti d’interesse. Dopo aver rifiutato di sposare una linea più conciliante (“Potresti dire che hanno delle regole che, però, necessitano di essere migliorate” le avrebbe suggerito un suo superiore), la Segarra è stata licenziata, ufficialmente per “ragioni professionali”, probabilmente perché giudicata troppo fastidiosa. “A pain in the neck”, letteralmente “una rottura di scatole”, come testimoniano le registrazioni.

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Zingales loda, giustamente, la determinazione della Segarra e spera, un po’ troppo ingenuamente (ah, idealismo capitalista!), che lo scandalo inneschi un vero cambiamento e che il regolatore (la Fed) smetta di essere “catturato” (ossia neutralizzato) dal regolato (ossia le banche sorvegliate). A rischio vi è la stabilità dell’intero sistema finanziario. Zingales dixit.

Eppure gli scandali precedenti non sono riusciti a scardinare una serie di meccanismi perversi che ancora persistono, a partire dalle nomine sospette all’interno della varie Federal Reserve, possedute legalmente dalle stesse banche private che dovrebbero essere controllate. Ad esempio, l’attuale presidente della Fed di New York, William Dudley, è stato fino al 2007 capo economista di Goldman Sachs, per la quale ha lavorato per oltre vent’anni. Il suo predecessore, Stephen Friedman tenne contemporaneamente le cariche di presidente della Fed di New York e di amministratore di Goldman Sachs fino al maggio del 2009, quindi anche durante i mesi che segnarono l’apice della crisi. Friedman giustificò la decisione di non dimettersi come mossa per non turbare ulteriormente la stabilità del sistema finanziario. Anche Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, ha placidamente mantenuto il suo posto nel board della Fed di New York fino alla fine del suo mandato, avvenuta lo scorso anno. Insomma, regolatore e regolato sembrerebbero essere, in fondo, la stessa persona.

Al momento solo un membro del board (Glenn Hutchins, amministratore del fondo di investimento Silver Lake) è compromesso direttamente con Wall Street che continua, però, a mantenere la sua influenza come l’ultimo scandalo ha dimostrato. Gli infiniti richiami da parte di economisti e politicanti a regole più severe e ad una maggiore trasparenza in materia finanziaria si riducono, così, a vacue chiacchiere. D’altronde, come risolvere il dilemma del regolato e del regolatore se alla fine i due ruoli coincidono?

DI – 7 OTTOBRE 2014

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