di Salvo Ardizzone

Jo Stiglitz s’è dimesso dal Comitato per la riforma del sistema finanziario panamense dopo i Panama Papers: gli chiedevano di tacere su quanto scoperto.

Lo scandalo Panama Papers scosse il mondo intero nella primavera scorsa: 11,5 milioni di documenti su 214mila società offshore trafugati dallo studio legale Mossack-Fonseca di Panama, e consegnati alla testata Suddeutsche Zeitung nell’agosto del 2015. Dinanzi all’enormità ed alla portata del materiale, il giornale si rivolse all’Icij, un consorzio internazionale di giornalisti investigativi e, dopo mesi e mesi di indagini, cominciarono le pubblicazioni in tutto il mondo.

I documenti coinvolgevano direttamente i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Argentina, Islanda e Ucraina, ma anche persone assai vicine ai vertici di altri 40 Paesi.

Le polemiche non mancarono perché, nella scelta dei file, s’intravide la mano di Washington che intendeva mettere in difficoltà (o ricattare) nemici ed alleati scomodi o reticenti, legando la loro immagine ad una storiaccia di conti fantasma su cui erano state accantonate somme di provenienza quanto meno dubbia.

A parte il risultato “politico”, i Panama Papers accesero i riflettori su Panama e sul suo sistema finanziario opaco, che ne faceva un paradiso per ricliclatori, evasori ed assai peggio. Il 20 aprile, per tentare di riacquistare almeno in parte una credibilità mai avuta, il presidente Juan Carlos Varela creò un Comitato che avrebbe dovuto indagare sul sistema finanziario panamense e riformarlo.

A farne parte, oltre ad elementi locali, furono chiamate personalità di prestigio indiscusso, come appunto il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, noto per le sue posizioni no global, o lo svizzero Mark Pieth, professore di Diritto Criminale a Basilea.

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Ma dopo mesi d’indagini, che hanno scoperchiato un verminaio colossale, e con esso responsabilità assai più grandi e diffuse di quelle già messe in piazza dai Panama Papers, riguardanti molti altri soggetti e Stati, invece di procedere con un’operazione di pulizia (ingenuo anche solo ipotizzarlo), Stiglitz e gli altri autorevoli membri esterni si sono visti recapitare una lettera con cui il Governo panamense chiedeva di non rendere pubblici i risultati dell’inchiesta.

Stiglitz, che aveva già detto: ”E’ incredibile come abbiano tentato di far saltare le indagini”, ha commentato laconicamente che si possono solamente dedurre le enormi pressioni sul Governo panamense esercitate da chi continua a trarre profitti enormi dall’opaco (è un eufemismo) sistema finanziario panamense. Ciò detto, e non volendo che la sua figura fungesse da paravento a chi manovrava per lasciare tutto come prima, ha rassegnato le sue dimissioni dalla Commissione insieme a Mark Pieth.

Quanto accaduto rafforza l’ipotesi che i Panama Papers non siano stati un’operazione di pulizia, quanto una manovra orchestrata dalle parti di Washington e Wall Street per colpire, intimidire o dare un avvertimento di stampo mafioso a quanti non s’allineassero al potere a Stelle e Strisce.

Quando le indagini della Commissione sui Panama Papers sono giunte a toccare ciò che doveva rimanere “riservato”, è subito scattata una censura preventiva a difesa degli intrecci inconfessabili che convengono a troppi e che a troppi portano utili immensi.

In fondo perché stupirsi? Panama è il cortile di casa del più sfrenato capitalismo iperliberista, che la usa come lavanderia per occultare i frutti dei suoi traffici più sporchi. O per colpire quelli dei suoi rivali.

Fonte: Il Faro sul Mondo

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