Il governo regionale catalano ha sospeso “temporaneamente” la campagna per il referendum sull’indipendenza del 9 novembre – sospeso lunedì dalla Corte Costituzionale – per “ottemperare alla legge”, ma ha ribadito di voler rispettare l’impegno a far svolgere la consultazione.

“Non possiamo certo mettere i funzionari pubblici con le spalle al muro, è in corso una procedura che non possiamo ignorare: la nostra volontà tuttavia è quella di continuare e faremo in modo da rispettare i nostri impegni conformemente alla legge” ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo, Francesc Homs, ribadendo che “non c’è alcuna legge o decreto che sia stato annullato”.

La Corte Costituzionale spagnola ha accettato ieri di esaminare il ricorso presentato dal governo di Madrid contro la convocazione del referendum, ovvero contro la relativa legge votata dal Parlamento catalano e il decreto firmato dal governo regionale, sospendendone quindi gli effetti. La mossa del governo di Madrid era del resto obbligata e altrettanto obbligata è stata la decisione della Corte; il voto del 9 novembre correrà quindi verosimilmente la sorte dell’unico precedente in materia – una consultazione promossa dall’ex presidente regionale basco Juan José Ibarretxe, bocciata sia dalle Cortes che dal tribunale, dal momento che in base alla Costituzione nessun governo regionale ha il potere di convocare un referendum.

Non sembra infatti che la differenza legale sottolineata dal governo catalano – e cioè che si tratti di un referendum meramente “consultivo” – possa fare breccia in una Corte costituzionale da sempre orientata verso la difesa ad oltranza dell’unità dello Stato, come dimostrato dal suo intervento sullo Statuto di Autonomia catalano che costituisce peraltro una delle principali radici della crisi odierna.

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L’Estatut approvato sotto il governo Zapatero e approvato dalle Cortes a maggioranza socialista con un regolare iter parlamentare venne infatti denunciato da alcuni gruppi dell’ultradestra con l’appoggio del Partido Popular e fortemente limitato dalla Corte, i cui giudici sono a maggioranza conservatori: un “vulnus” che Barcellona non ha mai perdonato, e che il successivo governo conservatore non ha fatto nulla per sanare.

Di fatto, l’esecutivo di Mariano Rajoy ha peggiorato la situazione con una polemica legge sull’istruzione che – secondo la Catalogna – ha l’obbiettivo di promuovere l’insegnamento in lingua castigliana a dispetto del vigente bilinguismo scolastico; né è stato trovato un equilibrio fiscale in grado di aumentare il grado di autosufficienza finanziaria della Catalogna, come accade al contrario per i Paesi Baschi (ai quali nemmeno la dittatura franchista, grata per l’appoggio della grande borghesia industriale, osò abolire i tradizionali “Fueros”, diritti di origine medievale).

Le due parti sono giunte dunque a un punto morto, un muro contro muro che ha favorito l’auge dell’indipendentismo, divenuto un’opzione maggioritaria in grado di mobilitare milioni di persone malgrado l’assenza di un serio dibattito sulle eventuali conseguenze di una secessione; di fronte all’intransigenza (anche ideologica) di Madrid il presidente catalano Artur Mas si trova ora ad un difficile bivio.

Una prima possibilità è appunto quella di far svolgere comunque il referendum del 9 novembre, esponendo però gli organizzatori (e i membri dei seggi elettorali) ad eventuali sanzioni amministrative o penali; l’alternativa è rinunciare alla consultazione e trasferirne il significato politico a delle elezioni regionali anticipate, dalle quali tuttavia il partito di Mas, il conservatore CiU, rischia di uscire nettamente sconfitto dagli indipendentisti di Erc – uno scenario che non farebbe che radicalizzare lo scontro.

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