Tra pochi giorni, esattamente il 18 Settembre, si terrà in Scozia il referendum sulla possibile separazione dal resto della Gran Bretagna. La notizia è conosciuta da tempo ma e’ diventata qualcosa di eccezionale solo in questi ultimi giorni dopo che, per la prima volta, i sondaggi danno vincenti proprio gli scissionisti.

Poiché la differenza tra i favorevoli ed i contrari alla separazione è ancora molto piccola, ogni risultato resta imprevedibile. Qualora però l’elettorato scozzese dovesse veramente optare per l’indipendenza uno scenario particolarmente preoccupante si aprirebbe per l’Europa e per il mondo intero.

Innanzitutto si dovrà verificare cosa intenderanno fare al proposito gli altri Paesi europei. Dovrà, la nuova Scozia rinegoziare l’adesione all’Unione Europea? E, sempre che volesse farlo, gli altri Stati saranno disponibili, e a quali condizioni, ad accettare il proprio ventinovesimo membro? E cosa succederà con la Nato? La Scozia sarà automaticamente accolta nell’ONU?

Queste sono domande importanti e le relative risposte lo sono ancora di più. Tuttavia, il nocciolo della questione sta soprattutto nel precedente che questo referendum rappresenterà per l’intero scenario mondiale.

Dopo la seconda guerra mondiale, per lunghi anni, una specie di tacito accordo tra le due superpotenze aveva impedito, di fatto, la ridiscussione delle frontiere e delle identità statuali uscite dal conflitto. Non solo, l’intero dibattito filosofico – politico si era oramai orientato verso un’idea contraria al concetto in voga nell’800 secondo cui lo Stato dovesse coincidere con la nazione. Sempre di più ci si era convinti che fosse addirittura virtuoso che uno stesso Stato fosse composto da diverse nazioni conviventi. Addirittura più numerosi erano diventati quegli Stati che riconoscevano più di una sola lingua ufficiale, e questo proprio per favorire la coesistenza di più nazioni che si riferivano allo stesso Governo.

Con la caduta dell’Unione Sovietica questo orientamento cominciò, lentamente, a cambiare. All’interno dell’Unione Europea si continuò a seguire, almeno formalmente la precedente impostazione e i movimenti separatisti nazionali continuarono ad essere visti come una nota di colore negativa. Al di fuori dei propri confini, però, la stessa Unione cominciò poco a poco a tollerare, se non proprio favorire, la nascita di nuovi Stati-nazione sulle basi di comunità linguistica o etnica. La pacifica divisione della Repubblica Cecoslovacca e la dissoluzione della ex Yugoslavia furono i primi importanti esempi vicino ai nostri confini. Seguirono poi Timor Est e il sud Sudan, favoriti dalla stessa Onu. A cui andrebbero aggiunti i casi del tutto atipici, e non da tutti ufficialmente riconosciuti, del Kossovo, della Abkazia e dell’Ossetia.

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Nel caso della Scozia ed in quello del possibile referendum della Catalogna, anche qualora le urne dovessero confermare la volontà secessionista, siamo di fronte a situazioni che dovrebbero svilupparsi in modo pacifico pur se si apriranno una quantità enorme di problemi tecnici ed economici tra il nuovo e il vecchio Stato. Per queste due regioni, la domanda di indipendenza si basa sulla sensazione di riuscire ad essere del tutto autosufficienti e di venire attualmente sfruttati da altri, ma e’ ovvio che le “sensibilità” nazionali sono in genere alimentate o da motivazioni geopolitiche (spesso originate da interessi di potenze straniere) o da ragioni più semplicemente economiche, interne o internazionali che siano. In alcuni casi, vedi il Kossovo, il Montenegro, l’Ossetia e altri, le ragioni economiche immediate sono state insignificanti. In altre, vedi il Sud Sudan, la presenza di ricchezza petrolifera fu il motivo principale della rottura con Khartum.

Ma quale sarà la logica a cui il mondo dovrà adattarsi? Quale il criterio per stabilire la legittimità delle richieste di altri referendum? Per esempio, basterà la semplice maggioranza di una nazionalità su altre conviventi nella stessa aerea? E chi appartiene alle locali minoranze dovrà emigrare, diventerà un cittadino di serie B o manterrà realmente uguali diritti? Si giustificherà in qualche modo una “pulizia etnica”? Un altro esempio: se, come proposto dal Governo Netanyahu, Israele dovesse definirsi formalmente solo uno “Stato Ebraico”, i Palestinesi che vivono entro il confine e non fossero convertiti saranno considerati semplici ospiti?

Ma soprattutto: cosa diremo ai corsi, ai fiamminghi, ai baschi? E cosa faremo con la sedicente Padania, con la Transilvania a maggioranza ungherese, con l’est dell’’Ucraina e tante altre “nazioni” che potrebbero rivendicare la propria identità? E, fuori dall’Europa, per quale motivo etico potremmo continuare a dire di no al secolare desiderio dei Curdi a diventare Stato indipendente? Cosa dirà la Cina agli Uiguri ed ai Tibetani? Senza voler parlare dell’Africa ove gli storici confini coloniali racchiudono un coacervo di etnie, lingue e culture così poco corrispondenti tra loro da creare stupore se tutto dovesse restare come e’ ora.

Per tutti questi motivi il giorno 18 settembre non sarà un giorno senza conseguenze. Qualunque sia il risultato, il fatto che si tenga questo referendum incoraggerà altri domande similari ma, soprattutto se l’esito sarà favorevole all’indipendenza, dovremo prepararci ad anni in cui ci sarà molto nuovo lavoro per i cartografi ma, speriamolo, non anche per i trafficanti d’armi.

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