di Salvo Ardizzone

Si è concluso il G20 in Cina: dietro le luci di una ribalta ipocrita i Grandi hanno intessuto i loro accordi. Xi Jinping, Putin ed Erdogan in primo piano.

Ad Hangzhou, in Cina, s’è concluso il G20, che mette insieme i 19 Paesi più grandi della terra più la Ue; un forum che racchiude l’85% della ricchezza e il 75% del commercio globale. È stata l’edizione opulenta con cui il padrone di casa, Xi Jinping, ha voluto celebrare la Cina come potenza globale, mettendo in ombra i tanti punti deboli di un sistema che, dopo successi travolgenti, deve cambiare radicalmente pena una devastante implosione.

Sul palcoscenico del G20 i Grandi hanno fatto passerella, distinguendosi per discorsi zeppi di belle parole e totalmente vuoti di contenuti; la stessa intesa fra Cina e Usa sulle emissioni (un problema serio questo) è stato solo un gesto d’immagine dei due Presidenti, i cui risultati, semmai ci saranno, emergeranno fra anni, quando saranno superati da una realtà sempre più drammatica.

Per il resto il nulla: parole sulla crisi economica che non passa, parole sui paradisi fiscali, parole sulla sovrapproduzione cinese dell’acciaio venduto sotto costo, parole contro i populismi che quegli stessi Stati hanno suscitato con le loro politiche cieche. Il G20 è stato poco più d’uno show diretto dal presidente Xi Jinping, che intende proporsi come leader di una “riglobalizzazione”, dopo i fallimenti e i disastri della prima che hanno bruciato ricchezze enormi insieme a milioni di posti di lavoro.

Ma dietro alle luci della ribalta insulsa, i leader hanno colto l’occasione di una fitta trama d’incontri per i loro interessi: a parte Xi Jinping, il padrone di casa, il più attivo (e ricercato) è stato Putin. Obama ha usato l’occasione del G20 per tentare in tutti i modi di strappargli concessioni sulla Siria ma, al termine d’un incontro definito “brusco e franco” (che in termini diplomatici equivale a una lite furiosa), non lo ha spostato d’un centimetro dalla difesa di Al-Assad, dalla posizione a fianco dell’Asse della Resistenza e dalla decisione di lottare contro il terrorismo, tutto, e senza ipocrisie.

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Alla fine, il tema è stato rinviato a Lavrov e Kerry perché lo approfondiscano, ma dalle espressioni che avevano al termine dell’incontro è quanto meno improbabile si giunga ad un accordo. Putin sa bene d’aver collocato la Russia al centro dello scacchiere mediorientale, e non ha nessuna intenzione di prestarsi alle manovre di Washington senza garanzie o sostanziali contropartite.

Il peso riacquistato da Mosca è anche alla base dell’accordo energetico siglato con Riyadh a margine delG20 per stabilizzare i prezzi del greggio. Russia ed Arabia Saudita sono i due maggiori esportatori di petrolio, e un’intesa per frenare la caduta delle quotazioni del barile, se è la benvenuta al Cremlino, è manna per le disastrate finanze saudite. Riyadh, sempre più in difficoltà nei vari teatri regionali, ha il disperato bisogno di una sponda solida per uscire dall’angolo, e Mosca, alle proprie condizioni, può concederla.

Ma oltre a Putin, è Erdogan che s’è trovato al centro della scena del G20 per il suo rinnovato ruolo in Siria. Il personaggio è quello che è: uno spietato autocrate megalomane, ma il suo repentino cambio di fronte, con il riavvicinamento a Mosca e all’Asse della Resistenza, gli ha conferito un peso nelle crisi mediorientali, e non solo, che costringe Usa e Golfo a rincorrere un importante membro della Nato che, di conserva con gli antichi rivali, ha sparigliato i giochi apparecchiati da Washington per controllare l’area attraverso i curdi.

In mezzo a fiumi di parole insulse sono stati molti i leader che hanno colto l’occasione del G20 per fare gli interessi di Paesi e lobby; al di là della coreografia è questo ciò che conta: avere un’occasione per i propri affari.

Fonte: Il Faro sul Mondo

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