“La mia città natia dimostra come il libero mercato sia una formula per una società felice, prospera e sana”

Nel suo ultimo articolo per l’edizione luglio-agosto di Politico, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ripercorre la storia della sua città natia nell’Indiana, Gary – “una città industriale dove povertà, alta disoccupazione e la discriminazione con quartieri degradati per gli afroamericani” – per affermare che fin da giovane si era reso conto che non era facile per tutti vivere nell’epoca d’oro del capitalismo.  Con gli impianti d’acciaio che immettevano nell’aria veleni e con i salari che non permettevano a tutte le famiglie di sfamare tutti i propri componenti, era chiaro, sostiene Stiglitz, come il libero mercato era una formula che non si legava bene per una società felice, prospera e sana.
All’università, il premio Nobel scrive di essere rimasto scioccato dai testi che studiava, che erano completamente slegati dalla realtà di Gary: per loro la disoccupazione non sarebbe dovuta esistere perché il mercato avrebbe condotto al migliore dei mondi possibili. Mentre altri economisti erano ossessionati dall’enucleare tutte le virtù possibili e immaginabili del libero mercato, Stiglitz si è concentrato sui suoi fallimenti ed in particolare le disuguaglianze sociali prodotte. Ma cinquant’anni fa, ai tempi della sua tesi di dottorato, il problema non era come oggi, quando meno dell’1% della popolazione detiene il 99% del tutto e dove la classe media è completamente scomparsa. Il sogno americano o “la terra delle opportunità” sono ormai falsi miti: le chance di vita dei giovani americani dipendono più che in ogni altro paese dal livello di reddito e di educazione dei propri genitori.
Il libro di Thomas Piketty, Capitale nel Ventunesimo secolo, evidenzia come il trend sia sempre più negativo e afferma come lo stato naturale del capitalismo sembra essere uno di grande disuguaglianza. Ma, prosegue Stiglitz, sui libri di testo si insegna esattamente l’opposto: Simon Kuznets, ad esempio, ottimisticamente scriveva che dopo un periodo iniziale di sviluppo in cui la disuguaglianza cresce, poi questa inizia a scendere. Nonostante i dati a conferma fossero scarsi, poteva essere empiricamente vero quando lo scriveva lui, vale a dire nel secondo dopo-guerra, in una fase in cui le disuguaglianze dell’ottocento e di inizio novecento sembravano diminuire e i redditi dei benestanti e della classe media sono cresciuti insieme.
Ma le prove empiriche dell’ultimo trentennio del secolo scorso dimostrano come questa tesi sia un’aberrazione: vi è stato un tempo di solidarietà in cui i governi intervenivano nell’economia con un obiettivo di redistribuzione e di avanzamento dei diritti civili, lasciando presagire all’avanzata del sogno americano, ma oggi la disuguaglianza sta crescendo a ritmi drammatici e gli ultimi tre decenni hanno provato il fallimento assoluto della trickle-down economics— l’idea che il governo può tirarsi indietro e se i ricchi diventano sempre più ricchi poi e usano i loro talenti e risorse per creare lavoro, tutta la società ne beneficerà. E’ una teoria che non funziona e i dati storici lo provano.
La prova finale del suo fallimento, ironicamente, è  avvenuta da un’amministrazione americana democratica: il presidente Barack Obama ha utilizzato un approccio che partiva dal presupposto che dare altri soldi alle banche – piuttosto che ai contribuenti – avrebbe salvato l’economia: l’amministrazione ha versato miliardi di dollari  agli istituti di credito gettando il paese in rovine. Il governo ha espresso il desiderio che le banche avrebbero utilizzato la liquidità per rilanciare l’economia reale. Un desiderio e nessuna condizionalità, che invece il Fmi impone ai governi quando interviene per evitare “default”. Ma le banche hanno congelato i prestiti, pagato gli extrabonus ai loro manager, anche se questi erano i responsabili principali del disastro e anche se molti dei profitti bancari non erano stati ottenuti non dalla maggior efficienza ma dallo sfruttamento di un sistema che permette il prestito predatorio, pratiche abusive delle carte di credito e prezzi monopolistici. La piena impunibilità dei loro crimini, sostiene Stiglitz, gli ha permesso di manipolare illegalmente i tassi d’interesse e gli scambi internazionali per un livello pari a centinaia di trilioni di dollari.
Obama aveva promesso di fermare questi abusi, ma da quando è presidente solo un dirigente di banca è stato incarcerato. L’ex presidente del Tesoro, Timothy Geithner nel suo “Stress Test” ha poi tentato di difendere, senza riuscirci per altro, le azioni dell’amministrazione, suggerendo come non ci fossero alternative. Ma Geithner, prosegue Stiglitz, chiaramente si preoccupava eccessivamente sul “moral hazard” nell’aiutare mutuari in difficoltà, ma non era preoccupato del moral hazard di aiutare banche in fallimento che avevano posto sul mercato mutui a rischio ingestibile. Il tutto sulle spalle delle classi povere e sulle classi medie.
I tentativi di Geithner di giustificare quello che i banchieri hanno fatto ha rafforzato il convincimento di Stiglitz sul come il sistema si sia armato a protezione di se stesso: se coloro che sono al comando e devono prendere decisioni critiche sono così “cognitivamente catturati” dal 1%, dai banchieri, che vedono nel dare a coloro che hanno causato la crisi miliardi di dollari e lasciare i lavoratori e i contribuenti al loro destino come l’unica alternativa percorribile, ebbene, afferma Stiglitz, il sistema non è giusto.
Questo approccio ha anche aggravato uno dei problemi maggiori oggi per il paese: la sua disuguaglianza. Solo una classe media prospera può determinare una ripresa forte e stabile. Maggiore è la disuguaglianza più lenta è la ripresa – una conclusione ora sostenuta anche dal Fmi. E questo, spiega il Premio Nobel, perché le persone meno abbienti consumano una grande fetta dei loro redditi, in una quantità maggiore di quello che fanno i ricchi, ed espandono la domanda quando hanno maggiore reddito. Quando aumenta la domanda, i lavori vengono creati: in questo senso, sono gli americani ordinari i veri creatori di lavoro. Le leggi della disuguaglianza si pagano a caro prezzo: un’economia più debole è segnata da minore crescita e maggiore instabilità. Nessuna di queste è l’esito di forze economiche inesorabili, tutt’altro, ma sono il risultato di politiche e politiche – di scelte e non scelte. Se le politiche spingono verso una tassazione preferenziale di coloro che hanno redditi dal capitale, ad un’educazione dal sistema in cui sono solo i figli dei ricchi che hanno accesso alle migliori scuole, all’accesso esclusivo dei ricchi ai migliori avvocati e ai centri bancari offshore per evitare di pagare tasse giuste nel paese, non bisogna affatto sorprendersi dell’alto tasso di disuguaglianza e un basso livello di opportunità che caratterizzano gli Stati Uniti di oggi.
E a queste condizioni, la disuguaglianza crescerà anche ad un livello maggiore. Ed ora è chiaro anche come l’alto livello di disuguaglianza si sia trasformato in un alto livello di disuguaglianza politica, al livello per cui il sistema americano non è più definibile come “una persona, un voto”, ma “un dollaro, un voto”. La Corte suprema americana nella decisione del gennaio 2010 Citizens United ha dato alle corporazioni maggiori diritti di influenzare la politica  rispetto agli individui singoli, senza renderli responsabili in nessun modo di fronte alla legge. Quest’anno la decisione McCutcheon ha eliminato i limiti sui contributi individuali ai candidati nazionali e ai partiti. Oggi, quindi, più ricco sei, più sei capace di influenzare il processo politico e le decisioni economiche che ne derivano, e allestire il tutto a favore dell’1%. C’è ancora qualche domanda, conclude Stiglitz, sul perché i ricchi diventano sempre più ricchi?
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