Gentiloni minimizza l’impegno italiano nella forza NATO del Baltico per la quale dispiegheremo 140 soldati, ma non può uscirsene così. Troppe ambiguità e ripensamenti nell’azione della Farnesina.

Il ministro Gentiloni è un politico dall’esperienza troppo vasta per poter pensare veramente di sostenere che il dispiegamento di una compagnia di soldati italiani, composta da 140 uomini, in Lettonia, nell’ambito di una forza NATO da collocare nell’area baltica, a ridosso della Federazione Russa, possa essere ridotta, in questo momento storico, alla normale routine che deriva dalla nostra appartenenza all’Alleanza Atlantica.

Il fatto che questa decisione sia stata presa l’anno scorso, durante il vertice NATO di Varsavia, non induce a minimizzare la portata dell’operazione. Anzi.

La politica, anche quella internazionale, è fatta di contingenze e di strategie a medio-lungo termine. I fattori contingenti avrebbero sconsigliato al Segretario Generale della NATO Stoltenberg di fare oggi certi annunci. Soprattutto se davvero non ci fosse la volontà di alzare ulteriormente il livello di tensione con la Russia, già ai massimi livelli da alcuni giorni a questa parte. Questo Paolo Gentiloni lo sa bene, dal momento che è stato coinvolto in prima persona nell’escalation in occasione del summit avuto con i suoi omologhi francese e tedesco, in cui ha affermato di ritenere “inaccettabile” il sostegno della Russia ad Assad.

Sul piano delle strategie a medio-lungo termine, poi, il riferimento al vertice di Varsavia ci spinge a ricordare che quel vertice fu tenuto in un periodo tutt’altro che tranquillo, sotto il profilo dei rapporti con Mosca, anche all’epoca particolarmente surriscaldati dalla crisi ucraina e dalle prese di posizione antirusse dei paesi dell’Europa Orientale. E ci spinge anche a riflettere sul fatto che l’atteggiamento provocatorio ed aggressivo nei confronti del Cremlino dura ormai da tempo, con un gioco “a tirare la corda” che potrebbe avere prima o poi effetti devastanti. A Washington sembra ci sia davvero gente disponibile ad avventurarsi in un conflitto di vasta portata. Vengono i brividi.

Gentiloni (e la Pinotti con lui), dunque, non può minimizzare, anche perchè acuisce le perplessità sulla politica estera sua, e del governo Renzi in generale, troppo incerta, ambigua, ondivaga e palesamente contraddittoria, al punto da sembrare disperata.

E’ dalla caduta del Governo Letta che l’Italia sembra muoversi come un gambero: un passo in avanti e due indietro (e qualcuno anche di lato). Lo si è visto nei rapporti con l’Egitto, prima salutato come grande paese fratello del Mediterraneo, poi osteggiato in Libia, quindi riavvicinato per ragioni energetiche, salvo poi insultarlo in occasione del caso Regeni.

Rispetto alla situazione libica, poi, l’Italia ha dato il peggio di sè, cambiando in modo scomposto troppe volte alleanze ed interlocutori sul terreno, facendo trapelare, quando non annunciando, interventi sul campo imminenti, per poi negarli in nome della pace e della convenienza, fino ad orchestrare un “interventino” a Misurata più subito che voluto.

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La stessa cosa si è vista nei rapporti con la Russia, caratterizzati in questo caso dal “vorrei, ma non posso”. Prima le sanzioni dopo la riunificazione della Crimea, poi gli ammiccamenti verso Mosca e le perplessità per le gravi ripercussioni sull’economia italiana del regime sanzionatorio. Quindi la valutazione dell’intervento russo in Siria, prima giudicato grosso modo come una palingenetica operazione in grado di liberare il mondo dallo Stato Islamico e dal jihadismo, poi definito, come abbiamo visto, “inaccettabile”.

E potremmo continuare a lungo.

E’ vero che la politica estera italiana, per forza di cose, ha sempre dovuto muoversi su binari paralleli, corredati da “giri di valzer”, ma qui sembra non esserci una logica e regnare, al contrario, tanta improvvisazione ed approssimazione. Un pasticcio insomma.

Con un profilo leggermente più basso, ma provando a chiarirsi una volta per tutte le idee, Palazzo Chigi e la Farnesina, mentre mandano i nostri soldati verso le sponde del Baltico, dovrebbero cercare di stabilire, in questo momento, quali sono le priorità del paese e chi sono gli alleati migliori per affrontarle.

Baltico a parte, è evidente che l’Italia è situata nel bel mezzo del Mediterraneo ed è proprio qui che si concentrano le peggiori crisi in questo momento. Ora per l’Italia è essenziale tentare di rimettere ordine in Libia. Abbiamo scelto un cavallo: il leader del governo di Tripoli al Serraj. Non ne siamo convinti, ma ormai ci siamo spinti troppo oltre e i nostri concorrenti, a cominciare dalla Francia, hanno cominciato a seminare zizzania nel paese, che vedrebbero bene suddiviso in 2-3 nuove entità statali.

Per l’Italia sarebbe una catastrofe. Ma se è Serraj il nostro interlocutore, faremmo bene a tenere le migliori relazioni possibili con la Turchia, il cui presidente Erdogan guarda Serraj con una certa simpatia. E visto che oramai l’avvicinamento tra Mosca ed Ankara è un dato di fatto ed è sempre più pronunciato e che Mosca una certa influenze sull’Egitto di al Sisi la dimostra, così come ha dimostrato chiaramente la sua volontà di proiettarsi con sempre maggiore decisione nello scacchiere mediterraneo, faremmo bene a riflettere in modo serio sull’opportunità di rincorrere le isterie russofobiche di Polonia e paesi baltici.

Anche perchè l’altra nostra priorità strategica resta l’approviggionamento energetico ed il clima antirusso che si respira sul versante occidentale ha compromesso un progetto che per l’Italia era semplicemente cruciale: quel famoso Southern Stream che non è detto non venga ripreso in altre forme, questa volta, però, con il rischio che non sia l’Italia il terminale della pipeline.

Roma ha un numero limitato di carte da giocare rispetto ad altre potenze di media grandezza come Germania, Francia e Regno Unito e farebbe bene a giocarsele con intelligenza ed oculatezza, come spesso ha saputo fare negli ultimi decenni. E tanto per cominciare, in questo momento, la Farnesina scelga bene le alleanze.

Fonte: Katehon

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