Entrate 189, uscite 173. Anche la più distratta delle massaie sarebbe in grado di capire e fregarsi le mani: in teoria la nostra casalinga di Voghera avrebbe per le mani un avanzo di 16. In teoria, appunto. Visto che non stiamo parlando dell’ oculata gestione familiare, ma del magmatico bilancio dell’ Inps: oltre 189 miliardi di entrate e circa 173 miliardi di uscite, al netto delle tasse. Tirando una linea salta fuori un avanzo di 16 miliardi. Peccato che non sia così: perché quello che vale per qualsiasi sana famiglia non vale per lo Stato.
Addentrarsi nella balena pensionistica è un’ impresa da Giona: si rischia di perdersi. Questo perché l’ Istituto previdenziale guidato da Tito Boeri eroga ogni anno 21 milioni di trattamenti (non ci sono solo pensioni ma anche disoccupazione, Cig, Invalidità, trattamenti di guerra, ecc), a ben 15 milioni di persone: praticamente un italiano su quattro è a libro paga dell’ Istituto di previdenza. La spesa pensionistica complessiva, al netto delle prestazioni assistenziali, supera i 216 miliardi (ultimi dati disponibili 2014). L’ erario si porta a casa quasi 43 miliardi di tasse sui trattamenti. Morale: dell’ avanzo di bilancio tra entrate e uscite (al netto delle tasse), invece dei 16 miliardi di avanzo, salta fuori un buco di 26 miliardi.

Questo perché l’ Inps non paga solo pensioni, ma anche molte prestazioni temporanee (in sigla le Gpt), oltre che una trentina di miliardi l’anno (33,3 miliardi per la precisione), in prestazioni assistenziali (e altri 23 miliardi per pensioni di invalidità, assegni di accompagnamento, integrazioni al minimo, pensioni sociali), in totale 92 miliardi.

Insomma, con l’ alibi di garantire un welfare a tutti, nei decenni passati si è preferito accorpare previdenza ed assistenza in un unico calderone e a pagare è sempre il bancomat Inps. Salvo poi, a fine anno, dover coprire i buchi – a carico della fiscalità generale, vale a dire pagando con le tasse prelevate agli italiani – una novantina di miliardidi buco.
Ma non basta: infatti i furbacchioni che negli scorsi decenni si sono accomodati a Palazzo Chigi hanno pensato bene di non versare per anni i contributi all’ esercito dei dipendenti pubblici. Oggi sono più di 3,5 milioni gli statali. È solo dal 1994 che, con l’ Inpdad, lo Stato versa ogni anno circa 10 miliardi per i contributi dei propri dipendenti.

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Ma non c’ è solo previdenza ed assistenza. C’ è anche la gestione delle zattere salariali per quando le imprese chiudono, vacillano o sono in difficoltà. Sempre al bancomat Inps spetta infatti pagare miliardi di indennità di disoccupazione e cassintegrazione. Nel solo 2014 sono usciti la bellezza di 15,408 miliardi. In un crescendo inversamente proporzionale tra calo del Prodotto interno lordo e aumento esponenziale del ricorso agli ammortizzatori sociali. Come se non bastasse nel bilancio dell’ Istituto ci sono virtualmente miliardi di euro da incassare, ma in sostanza difficilmente si porterà in cassa più di qualche spiccioli. Tra truffe e fallimenti il conto per l’ Istituto è assai salato: oltre 100 miliardi di contributi non pagati che sono riportati a bilancio come possibili incassi futuri, peccato che siano in sostanza dei veri e propri crediti incagliati al pari di quelli bancari. Nel 2016 – tanto per fare due conti – il totale di contributi non versati all’ Inps da parte dei datori di lavoro o dagli stessi iscritti supererà i 100 miliardi di euro.

Tant’ è che il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’ Istituto ha già lanciato un accorato allarme approvando approvato il Bilancio preventivo 2016. Sono anni che questi crediti “virtuali lievitano”: nel 2002 ammontavano a oltre 31 miliardi.

Nel 2010 sfioravano i 61 miliardi crescendo a botte di 5 o 8 miliardi l’ anno. Nel 2014 i crediti non incassati raggiungevano gli 86,6 miliardi del 2014, mentre per il 2015 ne sono stati previsti 94,3 e per il 2016 si potrebbe sfondare quota 104 miliardi.

Tutto il dibattito – che dura da almeno 18 mesi – sui possili interventi in campo pensionistico mettono in allarme questo popolo di pensionati, e anche quello dei “pensionandi”, incolpevoli aspiranti tali rimasti congelati alla scrivania per i diktat di Mamade Fornero che in una settimana o poco più gli ha stiracchiato anche di 5, 6 o 7 anni i requisiti per agguantare l’ assegno e andarsene ai giardinetti.

In autunno le proposte e le ipotesi – che già rimbalzano su tv e giornali aumentando l’ ansia e l’ incertezza – verranno incolonnate nella legge di Stabilità 2017 (o almeno così assicurano Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan). Modesto dettaglio: a parte la timida ipotesi di rimpianguare le pensioni più basse con i famosi 80 euro (ipotesi da 3 miliardi di costo, e quindi repentinamente accantonata), tutto il dibattito si concentra sui tagli: passati, presenti e futuri.

Bisognerà ora vedere come Renzi, Padoan e Poletti declineranno le varie proposte in ballo. E soprattutto con quali risorse finanziarie si potrà contare. L’ idea di base è di mettere un po’ ciascuno: un po’ lo Stato, che si assumerebbe il ruolo di garante, un po’ il datore di lavoro che poer svecchiare l’ organizo sarebbe disposto ad anticipare contributi e agevolare uno scivolo alla pensione, un po l’ aspirante pensionato che pur di andare a riposo si autoridurrà il trattamento. O almeno questo è il piano del governo. Salvo che non si scelga di far pagare chi è già in pensione con vaghi “contributi di solidarietà”, che solitamente chiamiamo tassa aggiuntiva.

FONTE: www.liberoquotidiano.it

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