L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e i punti interrogativi sui possibili cambiamenti nella politica estera a stelle e strisce hanno fatto scattare l’allarme in Ucraina, l’ex repubblica sovietica al centro di una vera e propria guerra per procura tra Stati Uniti e Russia.

A Kiev si teme che le simpatie fra Trump e Vladimir Putin e le dichiarazioni fatte in campagna elettorale dal poi vittorioso Trump sul necessario miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca possano riflettersi in maniera negativa sul futuro del Paese, o per meglio dire sulla corrotta casta che lo governa.

L’Ucraina è non solo impegnata nel conflitto ibrido nel Donbass con i separatisti filorussi, ma naviga in acque molto pericolose a causa della persistente instabilità politica interna – tra le ombre dell’oligarchia al potere, la piaga della corruzione che infesta il governo e le minacce dei gruppi neonazisti di infiammare la piazza – e di un’economia disastrata tenuta in rianimazione artificiale solo tramite gli aiuti cash della Ue.

Gli accordi di Minsk sono ancora in stallo e del rilancio del piano di pace concordato a ottobre dal cosiddetto quartetto normanno, con Angela Merkel e Francois Hollande a far compagnia ai presidenti di Ucraina e Russia, non c’è traccia.

Nel caso di un disimpegno americano sotto la presidenza Trump, o quantomeno di un ammorbidimento della linea guida che dalla Casa Bianca con Barack Obama ha influenzato le mosse dell’Unione Europea dall’inizio della crisi nel novembre del 2013, l’attuale governo dell’Ucraina si troverebbe con il fianco scoperto nel duello con la Russia.

Il capo di Stato ucraino Petro Poroshenko, che nella sua prima telefonata dopo la spiazzante vittoria dell’imprenditore americano aveva fatto appello diretto a Trump sottolineando l’importanza del “continuo sostegno all’Ucraina da parte degli Stati Uniti per far fronte all’aggressione russa”, ha espresso questa settimana in primo luogo la speranza che le sanzioni occidentali vengano prolungate. Esattamente il contrario di quello che vuole fare Trump.

Bruxelles e Washington dovranno decidere tra dicembre e gennaio 2017 se mantenere o meno i provvedimenti restrittivi comminati dopo l’annessione della Crimea a seguito del referendum popolare che ha espresso la volontà della popolazione – oltre il 90% – di entrare a far parte della Russia e l’avvio del conflitto nel Sudest del Paese.

Le allarmate dichiarazioni di Poroshenko sono arrivate appena dopo che lo scorso fine settimana a Lima Putin ha ribadito la volontà bilaterale di un reset tra Mosca e Washington.

Tre anni dopo l’inizio delle proteste finanziate e organizzate dalla Cia e dai servizi segreti di Paesi Ue a Maidan, che portarono al cambio di regime nel febbraio 2014 con la fuga dell’allora presidente Viktor Yanukovich e l’insediamento prima del governo guidato da Arseni Yatseniuk e poi di Poroshenko, a Kiev la pressione degli attori esterni potrebbe di nuovo quindi mutare, ammesso e non concesso che il presidente eletto Donald Trump concretizzi dal 20 gennaio 2017 le sue intenzioni sulla scacchiera internazionale.

È comunque un dato di fatto che gli ultimi mesi hanno segnato in Ucraina un vero e proprio crollo del fronte “europeista” e interno, con il siluramento in primavera del premier Arseny Yatseniuk, definito dall’ancora vice segretario di Stato Victoria Nuland “il nostro uomo”, e le recenti dimissioni di Mikhail Saakashvili da governatore di Odessa. Saakashvili, l’ex presidente georgiano, alfiere a Tbilisi nel 2003 della rivoluzione delle rose foraggiata dagli Usa, era finito in Ucraina su spinta di Washington ovvero di Obama e proprio alla vigilia della vittoria di Trump ha gettato la spugna accusando di malaffare, corruzione e traffici illeciti d’ogni tipo Poroshenko e l’intero l’estabilishment ucraino.

Anche i ministri “occidentali” cooptati nel primo governo Yatseniuk hanno dovuto abbandonare gli incarichi, compresa la titolare delle Finanze con passaporto americano Natalia Yaresko. E in questo quadro di disfacimento rimane invece immutato il sostegno ufficiale a Kiev dell’Unione Europea, seppur con qualche crepa proprio sulla questione delle sanzioni su cui Bruxelles prenderà una decisione al summit del 15 dicembre e con molti dubbi sul processo di riforme, e soprattutto della Nato.

La vittoria di Trump non solo ha tolto alle oligarchie al potere in Ucraina letteralmente la terra sotto i piedi, ha anche spiazzato le simmetriche oligarchie coagulate nella Commissione europea che infatti – e non certo per caso – hanno immediatamente attaccato Trump a freddo, il giorno dopo la sua schiacciante vittoria, tramite il “vecchio arnese” Juncker che l’ha coperto di insulti.

Trump non ha replicato, ma dicono abbia un’ottima memoria.

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