Un mantra ha accompagnato la politica comunitaria europea nell’ultimo venticinquennio. La competitività. Economisti, intellettuali e filosofi hanno, più o meno, persuaso l’opinione pubblica europea della necessità di stare nell’Unione per “essere più competitivi sui mercati internazionali” e poter concorrere con i BRICSemergenti (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Sul sito ufficiale del Parlamento europeo si può leggere come “la politica industriale dell’Unione ha lo scopo di rendere l’industria europea più competitiva in modo che possa mantenere il proprio ruolo di elemento motore per la crescita sostenibile e l’occupazione in Europa”. Come poi dimenticare l’infelice uscita dell’ex Primo Ministro italiano Romano Prodi: “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.

Insomma uniti si lavora meglio, questo è il sunto. Vediamo dunque, dati alla mano, quelle che dovrebbero essere le differenze tra le condizioni economiche dei paesi europei dentro l’Unione e chi, pur stando geograficamente in Europa, ha deciso di non dare importanza alla competitività.

Sperduta nell’Atlantico settentrionale si trova la piccola Islanda, isola abitata da poco più di 300.000 abitanti, che nel 2008 ha subito, come tutto il resto del mondo, una crisi economica spaventosa. L’Islanda, fuori dall’Unione europea e senza euro, sarebbe dovuta cadere nel pantano della bancarotta, secondo il paradigma economico della competitività. Invece non è andata così.

Mentre tutti i paesi dell’Unione si prodigavano nel salvataggio dei grandi istituti di credito, l’isola dei geyser scelse di far fallire le tre maggiori banche del Paese: Kaupthing, Landsbanki e Glitnir. La manovra di fallimento, come riportava Repubblica, è stata affiancata dalla tutela dei piccoli risparmiatori clienti delle banche e dalla dichiarazione di insolvenza verso i grandi creditori internazionali, uniche vittime di questo crack.

Il governo islandese ha poi proseguito la manovra di risanamento economico attraverso una forte svalutazione della moneta (del 50% circa), il controllo dei capitali provenienti dall’estero e lo sforamento del deficit pubblico. L’ex Primo Ministro islandese Sigmundur Gunnlaugsson, in carica fino allo scorso aprile, ha così commentato l’uscita dell’Islanda dalla crisi: “Non saremmo potuti uscire dal disastro se fossimo stati membri dell’Unione europea. Se i debiti fossero stati in euro, se fossimo stati obbligati (dalla UE) a fare come l’Irlanda o la Grecia, e prenderci carico delle banche fallite, ciò avrebbe affondato la nostra economia”.

Un punto di vista condiviso dal Premio Nobel per l’economia Paul Krugman che ha confermato il virtuosismo della strategia economica islandese. I dati macroecomici di oggi sembrano provare quanto detto. L’Islanda ha un tasso di disoccupazione dell’1.9% (febbraio 2016), sceso dell’8% in sette anni, mentre il PIL ha addirittura superato i livelli pre-crisi, come confermato da Wall Street Italia.

Sempre nel nord Europa si può trovare un’altra nazione che ha scelto la via della non competitività, la Norvegia. Il Paese della Penisola scandinava, come l’Islanda, non ha l’euro e non fa parte dell’Unione europea, eppure, dati economici alla mano, anch’essa pare non aver subito danni da questa scelta di isolamento. Anzi. Il tasso di disoccupazione norvegese ha superato la soglia del 4% solo nell’ultimo anno.

Negli anni neri della crisi, ovvero tra il 2008 e il 2011, la disoccupazione non ha mai superato il 3.6%. Quest’ultima “impennata” è dovuta al calo del prezzo del petrolio sul mercato internazionale, una buona fonte di entrate per lo stato norvegese. In ogni caso il portale infomercatiesteri.it ci dà un quadro più che positivo dell’economia norvegese: “L’economia norvegese rallenta ma non si contrae (sempre per il calo del prezzo del greggio), le famiglie continuano a risparmiare (il livello di risparmio è ai massimi storici, pari al 10% del reddito disponibile), il sistema bancario dispone di riserve prudenziali sufficienti per far fronte ad un aumento temporaneo dei default sui mutui ipotecari, senza ridurre il credito a persone ed aziende.

Infine, il welfare norvegese è in grado di fornire un concreto appoggio alle famiglie che dovessero attraversare situazioni di difficoltà”. Competitività? I norvegesi hanno detto no, grazie.A chiudere il terzetto dei “dissidenti virtuosi” dell’Europa ci pensa la Svizzera, nazione sempre portata come modello, tranne che per la sua scelta isolazionista.

“Quando l’Europa starnutisce, la Svizzera prende il raffreddore”, così si era espresso Peter Rosenstreich, esperto dei cambi di Bnk Swissquote di Gland, in merito alla crisi economica del 2008. La Svizzera ha infatti testato gli effetti di una minima crisi solo nel 2014, primo anno in cui l’indicatore di crescita del PIL è andato sotto l’1% (0.5%), mentre il tasso di disoccupazione si attesta ad oggi ad un 3.2%.

Secondo IlSole24Ore questo risultato è stato possibile grazie al “commercio estero e alle spese dell’amministrazione pubblica”. Ecco, proprio quella spesa pubblica che dentro i parametri europei non può superare la soglia del 3%. Anche la Penisola balcanica, ancor vicina alla guerra, ma ben lontana dall’Unione, pare irridere le nanocrescite dello zero virgola tipiche dei Paesi appartenenti all’Unione.

Serbia e Albania, in guerra nemmeno vent’anni fa, crescono ora rispettivamente del 2.5% e del 3.5%. Il confronto economico tra questi Paesi europei “outsider” e quelli all’interno dell’Unione è impari. Solo la Germania è in grado di giocarsela con un tasso di disoccupazione al 4.2% e un PIL in “nanocrescita” dello 0.2%.

La restante economia dell’Unione europea è a confronto disastrosa: Italia, Francia, Spagna e Grecia sono ben lontani dal raggiungere i livelli pre crisi (i tassi di disoccupazione sono rispettivamente del 12.4%, 10.5%, 22.7% e 25.6%). . Spiace deludere gli europeisti convinti, ma con tutto l’impegno possibile, dati alla mano, è stato davvero difficile, se non impossibile, dimostrare i benefici della “competitività” all’interno dell’Unione europea.

Fonte: qui

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